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di Tito Boeri e Roberto Perotti

La Repubblica, 14 luglio 2022

Tra i figli degli immigrati sono molti gli abbandoni: il 35%. Ennesimo rinvio per il disegno di legge sullo ius scholae, che concede la cittadinanza ai figli degli immigrati che abbiano completato cinque anni di scuola in Italia. Sarà discusso in Aula solo a settembre, sempre che questa legislatura continui. Siamo un paese di immigrazione recente e che per ragioni demografiche ha molto bisogno di manodopera immigrata. Questo significa che dobbiamo porci più di tanti altri paesi e subito il problema dell’integrazione degli immigrati presenti e futuri. La concessione della cittadinanza come premio per chi accetta le nostre regole di convivenza è uno dei modi più efficaci di promuovere questa integrazione.

Eppure abbiamo una tra le leggi sulla cittadinanza più restrittive dell’Unione Europea: impone dieci anni di residenza legale (con permesso di soggiorno e iscrizione all’anagrafe) per un adulto “non comunitario” prima di poter presentare domanda (a fronte dei 5 anni di Francia e Regno Unito e dei 6 della Germania), e concede fino a tre anni alla burocrazia per decidere in modo spesso del tutto arbitrario. Un ragazzo nato in Italia da genitori stranieri può chiedere la cittadinanza solo dopo aver compiuto 18 anni e solo se fino a quel momento ha risieduto in Italia “legalmente e ininterrottamente”. Così si impedisce per 18 anni all’intera famiglia di passare periodi all’estero. Chi nasce in Italia da genitori che si sono visti revocare il permesso di soggiorno non potrà mai ottenere la cittadinanza.

Con la legge attuale non più di 50.000 immigrati di seconda generazione riescono ad ottenere la cittadinanza italiana ogni anno; per lo più ciò avviene perché i loro genitori hanno ottenuto la cittadinanza, trasferendola anche ai figli. È un numero molto basso, rispetto al milione e 300 mila figli di immigrati che vivono nel nostro Paese, di cui tre su quattro nati in Italia e più della metà con meno di 9 anni. Questi bambini parlano la nostra lingua e in 876.000 vanno a scuola e sono seduti sui banchi di fianco ai nostri figli o ai figli dei nostri figli. A questi bambini si sono aggiunti i figli dei rifugiati provenienti dall’Ucraina. Ha senso presentarli ai nostri figli come degli estranei? Ha senso insegnare loro nella nostra scuola le nostre leggi, le nostre norme sociali, la nostra storia, esporli alla nostra cultura, per poi escluderli da tutto questo? Non corriamo il rischio di sviluppare in loro e nei nostri figli un sentimento di impotenza oppressa, di ingiustizia, di discriminazione, tutte premesse di rancore, odio, diffidenza?

La Germania ha superato 20 anni fa lo ius sanguinis per introdurre un diritto di cittadinanza che pone come requisito il completamento di un ciclo scolastico. Come documentato dagli studi di Helmut Raiser, questo ha portato i genitori immigrati a investire di più nell’istruzione dei loro figli e questi ultimi a impegnarsi a scuola molto di più. Gli immigrati fanno meno figli, forse perché costa di più farli quando si vuole farli studiare a lungo, ma dedicano a questi figli molte più attenzioni. Passano più tempo con famiglie tedesche anziché isolarsi con persone della stessa etnia. E i figli imparano più rapidamente e meglio il tedesco.

Noi avremmo un bisogno estremo di adottare un regime di questo tipo. I tassi di abbandono scolastico fra i minori di immigrati sono intorno al 35%, un’enormità. Dare una prospettiva di cittadinanza a chi completa con successo un ciclo scolastico, aiuterebbe moltissimo a ridurre questo spreco. Un ciclo scolastico significa 5000 ore di lezione sulla nostra cultura. Altro che le cinque ore di educazione civica previste per concedere il patto di integrazione!

Insomma la cittadinanza condizionata all’istruzione non è un assegno in bianco. Si chiede molto a chi vuole ottenerla, ma in cambio si concede qualcosa di importante. E’ un premio, e il fatto stesso di concederlo a fronte di un investimento in istruzione è un segnale per tutti, anche per chi nasce avendo già la cittadinanza italiana in tasca. Potrà essere valorizzato organizzando, ad esempio, cerimonie nelle scuole che uniscano il completamento con successo del ciclo di studi alla concessione della cittadinanza agli immigrati, con i loro compagni di classe.