di Corrado Giustiniani
Avvenire, 12 settembre 2024
Trentadue anni non sono bastati a sbarazzarci di una delle leggi più retrive d’Europa, che impone ai nati in Italia da genitori stranieri di trascorrere 18 anni ininterrotti nel nostro Paese, prima di poter presentare domanda di cittadinanza. Un potente dispositivo per l’emarginazione di bambini e adolescenti (sono 915mila gli “stranieri” nelle nostre scuole, uno studente ogni nove, ormai) che avvertono la condanna della diversità e della disparità di diritti. L’improvviso ripescaggio dello “Ius Scholae” avrà un seguito politico concreto, o è una velleità estiva, nata sullo slancio di alcune vittorie olimpiche e paralimpiche di ragazze e ragazzi con la maglia azzurra ma la pelle di diverso colore? Ed è lo “Ius Scholae” l’unica soluzione possibile?
La proposta, lanciata nelle scorse settimane dal ministro degli Esteri Antonio Taja - ni per Forza Italia, deve ancora iniziare la sua fase di studio. Ma sui tavoli della precedente legislatura c’è un testo approvato a fine giugno del 2022 dalla Commissione Affari Costituzionali presieduta dall’on. Giuseppe Brescia (5 Stelle) e poi accantonato con lo scioglimento delle Camere. Principio base: non esiste più la differenza fra nati e non nati in Italia da genitori stranieri. La cittadinanza si sarebbe conquistata frequentando regolarmente “per almeno cinque anni” uno o più cicli scolastici e/o di formazione professionale. I non nati avrebbero dovuto però far ingresso nel nostro Paese “entro il compimento del dodicesimo anno”.
Tajani ha preannunciato che gli anni di studio debbono essere dieci e non “almeno cinque”. Sicuramente non sarà dunque di 12 anni l’età massima dell’ingresso in Italia, ma probabilmente ridotta a 6, per poter percorrere tutti i dieci anni dell’obbligo scolastico e ricevere la cittadinanza a 16 anni, come del resto su queste colonne ha proposto il professor Ennio Codini, giurista della Cattolica con incarichi nella Fondazione Ismu.
Resta il fatto che lo “Ius Scholae” è un’innovazione italiana, sconosciuta nei principali Paesi con i quali ci confrontiamo, e ciò suggerisce precisione e cautela. La Germania, prima considerata una roccaforte dello “ius sanguinis”, approvò nel 2000 una legge per garantire la cittadinanza ai bimbi nati da genitori non Ue, residenti sul suolo tedesco con permesso dilungo soggiorno.
Nel corso di un seminario organizzato alla Camera, il professor Helmut Reiner, dell’Università di Monaco, elencò i vantaggi che la legge aveva prodotto in circa vent’anni di applicazione: le frequenze all’asilo dei bimbi aumentate del 40 per cento, ridotta l’età delle iscrizioni alla scuola primaria, salite del 40 per cento le iscrizioni dei figli degli immigrati alle superiori, che poi aprono le porte all’Università. Se calcoliamo che in Italia gli stranieri con permesso di lungo soggiorno, da chiedere dopo cinque anni di residenza legale, sono circa 2 milioni e 400mila, possiamo immaginare gli effetti miracolosi che tali norme avrebbero avuto da noi.
Ma le forze politiche, Pd incluso, non si batterono per questa riforma. C’è una terza possibilità di intervento sulla cittadinanza: ridurre dagli attuali 10 (a cui si aggiungono 36 mesi concessi all’amministrazione per lavorare la pratica) a cinque, gli anni di residenza che debbono trascorrere prima di chiedere la naturalizza - zione. Cinque sono gli anni che vigono nel Regno Unito, in Francia e da giugno anche in Germania: con la crisi demografica è importante favorire le naturalizzazioni. Ed è questo l’obiettivo di una proposta di referendum appena depositata in Cassazione da un cartello di associazioni e di personaggi politici, da Emma Bonino a don Ciotti, da Riccardo Magi a Luigi Manconi, dall’Arci a Gianfranco Schiavone. I naturalizzati, in tempi più veloci, farebbero così diventare italiani anche i loro figli. Ma sembra un sogno. Mentre sullo “Ius Scholae” è già palese lino di Lega e Fratelli d’Italia, si attende, su tutta la linea, un impegno del Pd che finora è mancato.











