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di Chiara Saraceno

La Repubblica, 30 marzo 2022

Con gli oltre 700 emendamenti sulla legge, si rischia di bloccare ancora una volta l’accesso dei figli degli emigrati. 728 emendamenti, la stragrande maggioranza dei quali di segno restrittivo quando non esplicitamente abolizionista, rischiano di bloccare ancora una volta l’accesso alla cittadinanza italiana ai ragazzi e alle ragazze che sono nati in Italia o comunque sono andati a scuola e cresciuti fianco a fianco con chi è nato da genitori italiani. Nonostante gli sforzi di mediazione dell’onorevole Brescia, cui va dato atto di essere stato sempre una delle voci più equilibrate sul tema dell’immigrazione all’interno del suo partito, il M5S, anche in contrasto con la leadership, l’ostruzionismo di Lega e FdI minaccia di deludere ancora una volta le speranze di centinaia di migliaia di adolescenti, rafforzando il loro senso di esclusione e non appartenenza.

Il testo in discussione non basa l’acquisizione della cittadinanza sul solo fatto di nascere in Italia, quindi sullo ius soli, ma sull’aver frequentato almeno cinque anni di scuola in Italia, quindi sull’aver passato diversi anni nel nostro paese (anche chi è nato qui dovrebbe avere almeno dieci anni), apprendendone abitudini, regole di vita, oltre che lingua. Ma questo non appare abbastanza a Lega e FdI, per i quali la cittadinanza si può acquisire solo per sangue, anche se da italiani che vivono all’estero (dove pagano le tasse) magari da più di una generazione, e senza sapere la lingua né conoscere le leggi, mentre per tutti gli altri va il più possibile ostacolata. Anche se si tratta di bambine/i e adolescenti che sono culturalmente e linguisticamente più “italiani” di chi è nato e cresciuto all’estero.

Non è vero, come dichiarato dal leghista Iezzi, che i figli di immigrati non hanno nulla di meno dei loro coetanei italiani e perciò non occorre una legge che consenta loro di chiedere la cittadinanza, per tramite dei genitori, prima del raggiungimento della maggiore età. Non possono muoversi liberamente fuori dai confini se non hanno il passaporto del loro paese, passaporto che spesso non possono ottenere perché i genitori vuoi non possono permettersi il costo del viaggio, vuoi si esporrebbero a gravi rischi se tornassero nel paese da cui sono fuggiti. Non possono, spesso, riconoscersi come appartenenti a nessun paese, perché l’unico in cui sono cresciuti e di cui conoscono la lingua li rifiuta come propri, ma sanno poco o nulla di quello da cui provengono i genitori.

D’altra parte, non possono neppure passare periodi troppo lunghi nel paese d’origine, pena perdere la continuità di residenza in Italia richiesta per poter accedere al percorso abbreviato alla cittadinanza riservato (per una breve finestra temporale) a chi nasce e cresce qui al compimento dei 18 anni. Sono costretti a vivere in un limbo, non solo giuridico-burocratico, ma anche di (non) appartenenza, sistematicamente fatti sentire come estranei. Non ci si può stupire se, crescendo, alcuni di questi ragazzi trattati da estranei si comportano, se non da nemici, da sradicati. O se, una volta ottenuta la cittadinanza da maggiorenni, emigrino verso altri paesi (come per altro fanno anche molti loro coetanei italiani “per sangue”), vanificando ogni anche piccolo investimento che questo paese ha fatto su di loro, sia pure obtorto collo. È, se mai, stupefacente che dopo trent’anni di proposte mai giunte a conclusione, di speranze alimentate e tradite, molti continuino ancora a chiedere di essere accolti come italiani - per sé e per quelli venuti dopo -manifestando una fiducia e un attaccamento che questo paese, o meglio il parlamento che lo rappresenta, non ha certo meritato.