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di Emma Bonino

La Repubblica, 15 settembre 2024

La cittadinanza per i maggiorenni cittadini di Stati non appartenenti alla Ue? Non dovrebbe essere il regalo del “Principe”, ma un diritto. Aiuta ordine, sicurezza e legalità. In Italia dal 1992 è in vigore una legge per cui un ragazzo nato in Italia da genitori stranieri può richiedere la cittadinanza quando ha compiuto 18 anni, a condizione di essere stato residente legalmente e senza interruzioni dalla nascita. C’era una proposta di riforma approvata nel 2015 alla Camera e mai arrivata in Senato. Da allora, sono stati fatti pochi altri tentativi, tutti falliti; per mere ragioni elettorali è mancato il coraggio e l’argomento è stato chiuso in un cassetto, ignorando i milioni di stranieri che vivono, studiano e lavorano in Italia, che non vedono riconoscersi la cittadinanza che tanto vorrebbero per poter assolvere anzitutto ai doveri che questa comporta.

Ecco perché, già prima dell’estate, con il Segretario di +Europa, Riccardo Magi, ragionavamo se, grazie alla piattaforma governativa per la raccolta firme on line per i referendum, non fosse il caso di avanzare una proposta chiara, dirompente sulla cittadinanza. D’altronde, dopo lo stop all’emendamento sullo ius scholae nel ddl sicurezza, con la significativa retromarcia di Forza Italia, non rimane che prendere atto che anche in questa legislatura la via parlamentare è preclusa. Ecco perché è oggi importante più che mai seguire la strada referendaria di un quesito che nasce dall’interlocuzione tra le reti che lavorano sul tema e molte altre associazioni e partiti.

La proposta è molto semplice: dimezzare da dieci a cinque gli anni necessari per poter chiedere la cittadinanza italiana per loro stessi e per i loro figli minorenni, allineando di fatto l’Italia ad altri Paesi europei. Per il resto, resterebbero invariati gli altri requisiti già stabiliti dalla normativa vigente ai fini della concessione della cittadinanza, come la conoscenza della lingua italiana, il possesso di adeguate fonti economiche, l’idoneità professionale, l’ottemperanza agli obblighi tributari, l’assenza di cause ostative collegate alla sicurezza della Repubblica.

In Italia le persone in possesso di questi requisiti sono circa 2,3 milioni, ai quali si aggiungerebbero circa altre 500 mila persone, ovvero i loro figli e le loro figlie, a cui sarebbe estesa la cittadinanza del genitore. Il dato numerico è impressionante, considerato che lo ius soli puro riguarderebbe circa un milione di persone, mentre lo ius scholae solo mezzo milione.

È un referendum che ci interroga sul futuro del Paese, perché riguarda persone che vivono, studiano e lavorano come tutti gli altri italiani ma a cui, per una legge che nessuno in questi anni ha voluto modificare, è precluso poter partecipare, ad esempio, a programmi di studio come l’Erasmus o a concorsi pubblici. C’è anche un altro aspetto, tra i tanti altri. E riguarda l’inverno demografico che sta attraversando il nostro Paese. E non è solo una questione di natalità ma anche di tenuta dei conti pubblici.

Lo stesso governo Meloni aveva sottolineato nel Def 2023 l’impatto positivo dell’immigrazione sulla sostenibilità del debito, evidenziando l’effetto significativo sulla popolazione residente in età lavorativa e quindi sull’offerta di lavoro. Non è dunque solo una battaglia progressista che dovrebbe interessare tutti i partiti politici che si definiscono tali, ma una riforma che serve per l’immediato futuro dell’Italia. Mancano davvero pochi giorni. Servono 500 mila firme entro il 30 settembre. L’invito che faccio a tutte e tutti è di firmare e mobilitarsi su www.referendumcittadinanza.it. Per un’Italia più giusta, più aperta, più reale.