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di Davide Varì

Il Dubbio, 11 marzo 2026

C’è una lettera che arriva dalla Casa circondariale di Bergamo. La firma Ivan Szydlik, che nel mondo reale si chiama Ivan Errichiello. Per anni uno dei reseller più seguiti d’Italia, capace di costruire un seguito di milioni di persone attraverso i social media, oggi detenuto che scrive alle redazioni per raccontare quello che vede ogni giorno dall’interno di una cella. La lettera non è uno sfogo. Non è nemmeno una richiesta di comprensione. È qualcosa di più preciso: una descrizione del sistema penitenziario italiano fatta da qualcuno che, fino a qualche mese fa, quel sistema non lo aveva mai nemmeno sfiorato nella propria esperienza di vita. “Prima di viverlo sulla mia pelle, non avrei mai immaginato quanto il tema carcerario fosse complesso, umano e urgente”, scrive Szydlik. Ed è proprio questa distanza di prima che rende il testo interessante: non parla un attivista, non parla un esperto di diritto penitenziario, parla qualcuno che è arrivato lì senza aspettarselo.

Szydlik racconta di essere stato recentemente trasferito a Bergamo per ragioni di sicurezza, senza entrare nei dettagli. Prima del trasferimento aveva già attraversato altri istituti, e quella mobilità forzata gli ha permesso di osservare dinamiche diverse, confrontare situazioni, capire cosa cambia da un carcere all’altro e cosa invece rimane uguale ovunque. Quello che rimane uguale, scrive, è il sovraffollamento. Alcune celle di Bergamo ospitano fino a dieci detenuti in spazi pensati per numeri ben inferiori. La convivenza forzata, la mancanza di qualsiasi privacy, le tensioni che nascono inevitabilmente in quelle condizioni trasformano ogni giornata in una prova di resistenza continua.

I numeri che cita non sono esagerati. A fine febbraio, nelle 189 carceri italiane ci sono 63.801 persone. I posti effettivamente disponibili (sottraendo quelli inagibili), però, sono poco più di 46mila. Significa che ogni cento posti ce ne stanno 138, e che il sovraffollamento non accenna a diminuire. Anzi, rispetto allo stesso mese dell’anno scorso la situazione è peggiorata: ci sono 1.700 detenuti in più e il tasso di affollamento è salito di sei punti percentuali. Sono i dati del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria aggiornati al 28 febbraio, pubblicati sul sito del ministero della Giustizia. La lettera di Szydlik lo conferma con la forza di un dato diretto: dieci persone in una cella. Ma c’è una parte della lettera che spesso viene trascurata quando si parla di sovraffollamento, e che Szydlik invece mette bene a fuoco.

Non sono soltanto i detenuti a pagare il prezzo di quella situazione. Gli agenti penitenziari lavorano in inferiorità numerica, con turni che non lasciano respiro, sotto una pressione che si accumula giorno dopo giorno. Il personale sanitario affronta emergenze continue con strumenti e risorse che non bastano mai. Quando le condizioni di lavoro sono queste, garantire sicurezza e percorsi di recupero reali diventa quasi impossibile. “Senza dignità non può esistere rieducazione”, scrive Szydlik. È una frase che arriva senza retorica, come una conclusione logica di quello che ha osservato.

Szydlik non descrive soltanto strutture e numeri. Descrive anche le persone. “Ho incontrato persone che hanno sbagliato, come me, ma che desiderano cambiare; ho visto giovani che avrebbero avuto bisogno di essere intercettati prima, aiutati prima, ascoltati prima.” Il “come me” inserito quasi di passaggio dice già molto: non c’è nessun tentativo di distinguersi dagli altri detenuti, nessuna costruzione di un’innocenza alternativa. C’è invece la consapevolezza di aver commesso errori, accompagnata dalla frustrazione per un sistema che non riesce a fare quello che dovrebbe.

La parola prevenzione torna più volte nel testo. Szydlik è convinto che il problema si sposti a molto prima del momento in cui qualcuno finisce in cella. I giovani che incontra avrebbero avuto bisogno di qualcuno che li intercettasse prima, in una fase in cui i percorsi erano ancora aperti. È su questo punto che costruisce il proprio progetto per quando uscirà. Attraverso i suoi canali social, che raggiungono milioni di persone, vuole parlare ai giovani delle conseguenze reali dell’uso di sostanze stupefacenti e del commettere reati. Lui sa come funziona la comunicazione digitale, sa cosa cattura l’attenzione di chi ha sedici o vent’anni. Ha costruito la propria visibilità su quella conoscenza. L’idea di usarla per un messaggio diverso da quello a cui aveva abituato i suoi follower è, almeno nelle intenzioni, qualcosa di concreto.

Verso la fine del testo arriva un annuncio che non ci si aspetta. Szydlik dice di voler entrare in politica dopo la scarcerazione. “Non per ambizione personale, ma perché credo che chi ha conosciuto certi errori e certe realtà dall’interno possa contribuire a cambiarle con maggiore consapevolezza.” È una dichiarazione che si può leggere in modi diversi. Qualcuno la troverà prematura. Qualcuno la leggerà come parte di una strategia di ritorno alla vita pubblica. Altri penseranno che portare in un’aula parlamentare l’esperienza vissuta dentro un carcere sovraffollato non sia necessariamente una cattiva idea. Il dibattito sulla riforma penitenziaria in Italia ha bisogno di voci che abbiano visto le cose da vicino, non soltanto di chi le affronta sui libri o nei convegni.

Quello che colpisce della lettera, letta per quello che è, è il registro. Non c’è la richiesta di comprensione che ci si potrebbe aspettare da qualcuno che scrive da una cella. Non c’è l’autoassoluzione. Szydlik scrive di aver capito i propri errori, di non cercare giustificazioni, di vedere la pena che sta scontando come un momento di responsabilità. Da quel punto costruisce qualcosa che guarda in avanti. Il trasferimento “per ragioni di sicurezza” citato all’inizio e mai approfondito rimane un dettaglio sospeso, che ricorda come il percorso carcerario abbia una complessità interna che non sempre arriva fuori. Ma Szydlik sceglie di non farne il centro del racconto.

La domanda che questa lettera lascia aperta riguarda il sistema che descrive. I dati sulla recidiva in Italia si attestano intorno al 70 per cento: sette detenuti su dieci, dopo la scarcerazione, tornano a commettere reati. Non è una statistica che si spiega con la mala volontà di chi esce. Si spiega con quello che succede dentro, e con quello che non succede: niente formazione seria, niente lavoro, niente reti di supporto che reggano il peso di un reinserimento reale. Chi rientra dopo mesi in celle sovraffollate, senza aver costruito nulla, spesso torna a fare quello che faceva prima. Non perché sia irrecuperabile, ma perché le condizioni che avrebbero potuto cambiarlo non c’erano. È la stessa cosa che scrive Szydlik: senza dignità non può esistere rieducazione.

Se le intenzioni messe in questa lettera si trasformeranno in qualcosa di concreto, il tempo lo dirà. Ma che un influencer da milioni di follower, la cui voce arriva a una generazione che consuma contenuti digitali prima di qualsiasi altra cosa, abbia scelto di scrivere queste pagine invece di restare in silenzio è già qualcosa che vale la pena considerare. Non per chi conosce già il dibattito sul sistema penitenziario italiano. Per chi quel dibattito non lo ha mai incrociato, e magari lo incrocerà per la prima volta attraverso uno schermo.