di Giuseppe Legato
La Stampa, 9 settembre 2026
I fatti nel 2023, altre aggressioni sono ormai prescritte. L’annus horribilis dell’istituto penitenziario di Ivrea inizia a divenire pubblico su La Stampa nell’estate del 2022. Il detenuto Vincenzo C. 43 anni, ristretto in quel carcere per un cumulo pene affida a sua madre un racconto da consegnare al giornale. Questo: “Dopo essere entrato in carcere avevo tentato il suicidio legando un lenzuolo prima alle sbarre e poi al collo. I primi agenti accorsi mi dissero: “Questo infame non si sa fare la galera”. Mi portarono allora in una stanza tutta a vetri in cui non c’era né un letto né un materasso. Quel giorno entrarono 12 agenti, dieci di loro indossavano i guanti neri, uno per uno. Sono rimasto completamente nudo.
Mi colpivano anche con calci e pugni e con un manganello ai testicoli dove ero stato operato in passato. Quando ho chiesto di essere portato in infermeria un assistente con accento romano mi ha detto: “Se parli col comandante o con il medico, ti ammazzo”. Poi il trasferimento nella cella liscia: “Mi hanno buttato in quello stanzone come un sacco di patate. C’era solo un letto piantato per terra e un materasso di spugna sporco. Mi hanno concesso di mettere le mutande, solo quelle. Non potevo parlare col mio avvocato, non mi era consentito comunicare con gli altri detenuti, mi era negata l’ora d’aria”. Su questo verbale, esprimendosi in tema di esigenze cautelari, scrisse il gip: “Un trattamento riservato al detenuto connotato da inaudita disumanità che ha causato una altrettanto inaudita lesione della sua dignità di persona”.
Da qui una maxi-inchiesta della pm Valentina Bossi e della procuratrice Gabriella Viglione. Si è chiusa lo scorso 4 settembre con contestuale invio di notifiche a 46 indagati tra agenti, sovrintendenti, ex direttori del penitenziario, medici dell’Asl e del centro di salute mentale. Financo educatori. Le accuse: lesioni, violenze sessuali, falsi ideologici, calunnie: un repertorio del Codice penale. E il diario di una quotidianità stravolta, lontana dalle regole del vivere civile e dai diritti che valgono per tutti, anche e soprattutto per i detenuti: fino a prova contraria persone nella custodia e sotto la responsabilità dello Stato.
Ospiti pestati in posizione fetale coi manganelli, una donna transgender violentata nell’ascensore della sezione che ospita i transessuali. Farmaci dati arbitrariamente ai detenuti (benzodiazepine), medici che non redigevano relazioni sulle lesioni pur mostrate dalle vittime. E poi la storia dentro la storia: quella di una “squadretta” di picchiatori e mentitori seriali. Prima menavano, poi mettevano a punto una fabbrica di (asserite) prove false: annotazioni incrociate, testimoni convinti con la coercizione (ricompensati con il ripristino dei permessi premio e l’accesso al lavoro carcerario) a offrire versioni che avvalorassero le loro bugie e nascondessero i reati. Avevano dei nomi in codice: da Shumacher a Kamikaze da Insigne a Ronaldo.
Per tutti si preannuncia il rinvio a giudizio. Alcuni di loro sono imputati per aver rotto il braccio a un detenuto. “Nessuna delle guardie penitenziarie in servizio - si legge agli atti - si attivava per far giungere un’ambulanza. Con grave ritardo - è scritto ancora - arrivava il medico in servizio presso la casa circondariale che provvedeva a far utilizzare al detenuto - che continuava a svenire per il dolore - un reggibraccio ma non chiamava i soccorsi se non dopo ore”. C’è poi la storia di violenze nei confronti di un detenuto di origini marocchine “che rifiutava il trasferimento dal carcere di Ivrea a quello di Novara”. Un pestaggio in piena regola. “Gli agenti lo conducevano in un locale adiacente al magazzino vestiario dei detenuti”.
In cinque “lo colpivano mentre lui - in posizione fetale - non opponeva alcuna resistenza, ricoprendolo di colpi - pugni, calci, colpi sferrati anche con un manganello telescopico su tutto il corpo, tentando anche di strangolarlo e di soffocarlo”. Ancora violenze (stavolta sessuali) sono agli atti nei confronti di una donna transgender “avvicinata” da due agenti e oggetto - contro la sua volontà - di inqualificabili condotte sessuali. Sullo sfondo resta il direttore dell’epoca. Di lui si legge nell’atto d’accusa della procura: “Almeno in parte al corrente della situazione, non si è mai attivato né per approfondire i fatti che si stavano verificando entro il carcere, né per porvi un rimedio, né segnalando ad alcuno la situazione, omettendo deliberatamente qualsiasi intervento pur doveroso in considerazione della sua posizione di garanzia, così divenendo concorrente”. A prescindere dall’esito processuale, una condanna morale.









