di Liborio La Mattina
giornalelavoce.it, 19 giugno 2025
La notizia ora è ufficiale, non che occorresse una ufficialità per renderla tale. Dal 15 giugno 2025 La Fenice non esiste più. Il giornale interno alla Casa circondariale di Ivrea, scritto da detenuti con la collaborazione dell’Associazione Rosse Torri, è stato ufficialmente chiuso. Dopo mesi di sospensione “tecnica” imposta dalla direzione, la voce più autentica di quel carcere è stata zittita. Non per calo d’interesse. Non per mancanza di collaboratori. Ma per volontà esplicita dell’istituzione penitenziaria, che da gennaio ha sospeso l’attività della redazione, annullato gli incontri, bloccato i computer, e tenuto fuori i volontari. Ora, con un comunicato apparso su Varieventuali.it, si certifica la fine di un’esperienza unica, simbolica, vitale.
Niente più “Giornale dal carcere di Ivrea”, recita il titolo dell’annuncio. Solo “Voci dal e sul carcere”. Ma la differenza è enorme. Perché La Fenice era altro. Era parola diretta, testimonianza incarnata, pensiero libero partorito dietro le sbarre. Era il diritto, non scontato, di esprimersi. E di firmarsi. Di dire: “Questa è la mia voce. Questa è la mia verità”. Eppure, proprio quel diritto è stato messo in discussione. Prima le restrizioni sulle firme degli articoli (non possono essere sottoscritti dai detenuti), poi le censure preventive, infine la chiusura vera e propria. Il tutto motivato con una frase che pesa come una pietra: “I testi pubblicati danneggiano l’immagine del carcere”. Ma se l’immagine è così fragile da non reggere la verità, forse il problema non è chi scrive. È ciò che si vuol tenere nascosto.
Perché La Fenice raccontava ciò che molti fingono di non vedere: celle piene di muffa, letti sfondati, finestre arrugginite, docce fredde, diritti negati. Ma anche storie di uomini che provano a ricostruirsi, che usano la scrittura per salvarsi. Raccontava, cioè, il carcere com’è. Non come lo si sogna, magari con un bel progetto sui gattini che gironzolano qua e là. E questo, evidentemente, dava fastidio.
A denunciare il silenziamento non sono solo i volontari o i collaboratori esterni. Lo aveva fatto in modo chiaro, qualche mese fa, anche Giovanni Maria Flick, presidente emerito della Corte Costituzionale ed ex ministro della Giustizia, che aveva definito “preoccupanti” - anzi, a ben vedere indegne - le voci di pressioni interne per impedire la pubblicazione di articoli firmati. “Se il carcere è il luogo della rieducazione - diceva Flick - non può essere il luogo dove si perde anche il diritto di pensare, di raccontare, di firmare il proprio nome.”
Ancor più esplicito Francesco Lo Piccolo, direttore del trimestrale Voci di dentro: “I detenuti vengono trattati come reati che camminano. Non hanno voce, non hanno diritti. E chi cerca di restituirglieli viene escluso, zittito, spinto fuori.” E quello che è successo a Ivrea è identico a ciò che è accaduto - in questi anni - a Rebibbia, Lodi, Trento. Sempre lo stesso copione: chi scrive, chi racconta, chi dà voce ai reclusi viene messo a tacere. Ma perché? Perché in carcere la verità fa paura. Fa più rumore di un’evasione. Mette in crisi la narrazione rassicurante: “Tutto sotto controllo. Tutto civile. Tutto umano.” E allora, si parte con piccoli divieti e si arriva alla censura totale. Nessuna firma, nessuna redazione, nessuna pubblicazione autonoma. Tutto deve passare dal filtro istituzionale. Tutto deve essere edulcorato. O, più semplicemente, cancellato. Chiudere La Fenice, però, non è un atto neutro. È una scelta politica. È un messaggio chiaro: non potete parlare. Non potete mostrarvi per ciò che siete. È l’ennesimo colpo alla funzione costituzionale del carcere, che dovrebbe essere orientata alla rieducazione, non all’annientamento.
Scrivere - dentro - non è un passatempo. È un atto di resistenza. È un modo per non scomparire, per rimanere uomini, per ricostruire un’identità. Ecco perché La Fenice era così importante. Perché era vera. Perché era libera. Perché era scomoda. Chiuderla è stato un errore. Grave. Un errore che pesa su chi ha deciso, su chi ha taciuto, su chi ha voltato lo sguardo, a cominciare - ci spiace dirlo - dall’amministrazione comunale e dall’assessora Gabriella Colosso delegata ad occuparsene. Su questo argomento non ha mai preso una posizione, mai fatto una dichiarazione, mai detto “beh”. Non è detta l’ultima parola. Perché come l’animale mitico da cui prende il nome, La Fenice è destinata a rinascere. Se non nel carcere di Ivrea, altrove. Se non su carta, su voce. Se non con le stesse firme, con altre.
Ma tornerà. Finché ci sarà anche solo un detenuto disposto a raccontare, un volontario disposto ad ascoltare, un giornalista disposto a scrivere, nessuna censura potrà seppellire del tutto la verità. Come disse Sandro Pertini: “Negare la libertà a chi ha sbagliato è negare la possibilità stessa del riscatto.” E noi, quella possibilità, vogliamo continuare a difenderla. Scrivendo. Sempre.
Ma non è finita qui. C’è un altro pezzo di storia da raccontare. E’ la storia di Vespino, redattore in questo giornale che non c’è più. Con questo suo pseudonimo scriveva tanto, ma proprio tanto. L’ultimo suo articolo risale al 9 gennaio del 2024. Tre giorni dopo “Vespino”, 47 anni, è morto. Quando la notizia è cominciata a circolare da una cella all’altra, alla velocità della luce, in molti han cominciato a piangere. A piangere di brutto. Per quello che lui rappresentava lì. E lì quel che sei stato fuori, quello che hai combinato nel mondo reale, proprio non conta.
Vespino in redazione era un leader che cercava di portare avanti, con una incredibile passione, il lavoro nel suo insieme, trascinando e spronando gli altri a scrivere sempre di più e sempre meglio. Dicono che Vespino sia morto per “embolia polmonare” e in effetti “Vespino”, stando ai racconti di chi lo conosceva, da più di una settimana stava male e giorno dopo giorno era peggiorato sempre di più. Faceva fatica a camminare, respirare, muoversi. Aveva dolori in ogni parte del corpo. Nelle ultime ore le labbra erano diventate viola e il colore della sua pelle bianco-giallastra. Tutto molto strano considerando che solo qualche giorno prima che si ammalasse, sano come un pesce, aveva giocato a calcio per due ore senza alcun problema. Vespino è morto ed è subito diventato un numero, nel conteggio che si fa di chi passa a migliore vita in carcere. E per la cronaca, fredda e severa solo in questi casi, Andrea Pagani Pratis era semplicemente uno che stava scontando una condanna a 18 anni di reclusione. Uno che prima dell’arresto, faceva l’insegnante di educazione fisica. Fine della notizia.
Insomma fuori dal carcere qualcuno ha detto “Amen”, là dentro, invece, in molti han cominciato a borbottare, a farsi delle domande sul senso della propria esistenza e della vita, puntando il dito sulle responsabilità di chi nell’area medica ha preso quel malessere sottogamba facendolo passare per una semplice influenza.
“L’ultima volta che è sceso in infermeria - disse e scisse La Fenice - l’hanno dovuto accompagnare. Il dottore gli ha detto: prenditi una Tachipirina ed un Brufen e vedrai che ti passa... Perchè i dottori tendono sempre un po’ a sottovalutare le lamentele dei detenuti, pensando che esagerino... Quel dottore ... dovrà come minimo fare i conti con la propria coscienza”. E poi ancora: “Oggi ci sentiamo tutti colpevoli anche noi compagni di sezione. Ci domandiamo se potevamo fare qualcosa in più per aiutarlo”. Ebbene sì! Vespino non stava esagerando. Sarebbe bastata un’analisi del sangue per capirlo.










