di Andrea Scutellà
La Sentinella del Canavese, 15 marzo 2023
L’ex Garante propone anche di estendere il servizio civile ai ristretti e di ripristinare lo sportello sulla giustizia riparativa in Comune. Open day nelle carceri, apertura del servizio civile ai detenuti e ripristino dello sportello sulla giustizia riparativa. Sono proposte concrete quelle di Armando Michelizza, presidente dell’Avp Tino Beiletti, l’associazione dei volontari che agisce nel penitenziario di Ivrea, e primo garante comunale dei detenuti a Ivrea dal 2012 al 2018.
Crede che a livello comunale si possa fare qualcosa per il carcere?
“Sicuramente si potrebbe riaprire lo sportello sulla giustizia riparativa, che è stato avviato nel 2015-2016 e poi non ha fatto molti passi in avanti. Attualmente mi risulta mi risulta che non siano attive molte convenzioni per la messa alla prova. Si tratta di dare un’alternativa alla detenzione mediante attività di restituzione alla comunità e credo sia importante”.
Che cos’è la giustizia riparativa?
“Significa vivere la pena in termini più rieducativi. Il grosso dramma, in carcere, è l’ozio. È un messaggio distruttivo, sottintende: non sappiamo cosa farcene di voi. Invece io ti propongo altre strade, altre vie. Il grosso male di sistema penale è la scarsa proposta. Inoltre, non dovrebbe riguardare l’unico obiettivo di evitare la carcerazione, ma anche persone che sono dentro e per le quali si cerca di riavviare percorso di mediazione che può riguardare anche l’incontro con le vittime. Ma non solo. C’è un problema di riparazione verso i famigliari, del condannato, anch’esse vittime del reato. Bisognerebbe fare una grande azione di formazione che dovrebbe coinvolgere gli agenti di polizia penitenziaria, le figure che hanno più contatto con la persona detenuta”.
Cosa fa l’Avp in carcere?
“Siamo una trentina di volontari, con i detenuti facciamo la rivista L’alba, poi l’attività principale è il colloquio con le persone. Da lì comprendiamo i bisogni, diamo anche un sostegno economico limitatissimo, 10 euro al mese, per chi non ha nulla, oppure distribuiamo indumenti, materiale per l’igiene personale. Abbiamo dovuto sospendere purtroppo in questo momento un’attività molto interessante di protesi odontoiatriche, perché si incontrano sorrisi senza denti, troppi, in carcere. Poi facciamo corsi di hobbistica, lavori di piccola falegnameria e attività di tutoraggio per chi frequenta la scuola. Abbiamo in comodato da Caritas un alloggio per persone che vanno in permesso e non hanno un’abitazione. Siamo anche in contatto con l’ufficio anagrafe per documenti e residenze”.
Come si fa a migliorare il rapporto tra carcere e città?
“Abbiamo suggerito alla direzione del carcere di superare una sorta di scarsa immagine di se stesso che mi pare il carcere abbia. Facciamo degli open day: invitiamo i sindaci, le associazioni datoriali e il volontariato a un incontro. Tra i detenuti ci sono professionalità precedentemente acquisite che non vengono censite. Poi un mio sogno personale: ci sono in carcere persone in fascia di età prevista dal servizio civile volontario, che però non possono partecipare. Perché non pensare per chi è nella fase finale della pena un servizio volontario a favore della comunità? Un periodo che serva a costruire buone relazioni per quando esci”










