di Andrea Scutellà
La Stampa, 5 aprile 2025
Emerge da un verbale di un consiglio di disciplina presieduto dalla direttrice (non imputata), durante uno degli episodi oggetto del processo sui fatti del 2016. Alcuni feriti passarono la notte nella sala d’aspetto dell’infermeria senza letto. Dal verbale del consiglio di disciplina del carcere di Ivrea del 10 giugno 2016, presieduto dall’allora direttrice Assuntina Di Rienzo (che sarà sentita come testimone assistita alla prossima udienza), emerge con chiarezza: “Tenuto conto delle dichiarazioni del detenuto si dispone l’isolamento in cella liscia”. Cosa aveva dichiarato il detenuto? Secondo il verbale di “aver bruciato il materasso” e di “voler essere trasferito oggi stesso altrimenti compirà atti che causeranno molti problemi”. Quando il medico del carcere chiamato a testimoniare legge la parola cella liscia, sul documento che gli mostra l’avvocato Enrico Scolari, trasale. “Evidentemente allora si poteva”, commenta.
Scolari gliela mostra con uno scopo preciso: ricostruire la giornata del detenuto. Inizia alle 11, quando prendendo per il collo un agente di penitenziaria, che sarà sentito in aula, lo manda in infermeria. “Mi stava soffocando”, testimonierà l’agente. Alle 14.21 ci andrà a lui in infermeria, riferendo al medico di aver “preso a testate il muro”. Alle 17.48, però, quando finirà di nuovo in infermeria cambierà versione, dicendo: “Mi hanno picchiato gli agenti”. E nel frattempo la storia processuale ci racconta di due medici, che hanno già testimoniato e si sarebbero rivolti all’educatrice del carcere con la frase: “Stanno massacrando il detenuto”.
Si parla di un detenuto con una storia complessa, uno di quelli che il comandante Paolo Capra, sentito in video collegamento, definirà “incontenibili”. Con un passato di atti autolesionistici, dipendenze e altro ancora. Che, però, non poteva essere recluso, soprattutto per finalità di contenimento, in una cella come quella descritta dal rapporto del 2016 dell’allora Garante delle persone private della libertà Mauro Palma, costituito parte civile attraverso l’avvocata Maria Luisa Rossetti, redatto sulla base della visita della Garante Emilia Rossi. Rapporto che collocava quella stanza “molto al di sotto dei limiti di accettabilità nel rispetto della dignità dell’essere umano”. Appariva, cioè, “fornita soltanto di un letto collocato al centro della stanza, ancorato al pavimento, dotato del solo materasso, peraltro strappato e fuori termine di scadenza”, “priva di fonti di riscaldamento”, “scarsamente illuminata”.
Ecco, già secondo un parere del ministero della giustizia sulle “camere di detenzione prive di suppellettili” del 2014 dice che “la gestione di situazione di emergenza non può risolversi nell’ubicazione in camere prive di suppellettili” e che le celle di isolamento devono avere come previsto dalla legge “accorgimenti atti ad evitare il compimento di gesti autolesivi (senza spigoli, con suppellettili murati, lavabo e water in acciaio, termosifone e televisore incassati e protetti)”.
Anche per quanto riguarda i fatti dell’ottobre 2016, quando i detenuti misero in scena una protesta, il comandante Capra ammette che i detenuti furono collocati “in celle prive di suppellettili”. In particolare i due sudamericani giudicati appunto “incontenibili” e che il giorno dopo sarebbero stati trasferiti. Uno si trovava nella cella liscia, l’altro, vista l’indisponibilità di una cella liscia, nella sala d’attesa dell’infermeria, a quanto pare per tutta la notte. Alle domande dell’avvocato Celere Spaziante, poi, risponderà di non aver “mai disposto l’utilizzo di manganelli, che sono custoditi in armeria”. Uno dei capi d’imputazione, infatti, riporta un pestaggio con l’uso di manganelli. Capra sostiene, inoltre, che fu trovata una bottiglia di alcol fatto con frutta macerata, oltre ad acqua per terra. La tesi difensiva, sostenuta anche da certificazioni, è che i detenuti fossero ubriachi e siano scivolati sulle scale bagnate.











