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di Sarah Martinenghi

La Repubblica, 24 novembre 2022

Tutto è successo l’8 giugno 2021, nel carcere di Ivrea. “Quel maledetto giorno si è fermata la mia vita. Sono caduto in un abisso profondo. O decido di farla finita e darla vinta a questi soggetti malati, a queste bestie che si vantano di essere lo Stato. Oppure inizio a prendere coraggio e denunciare, anche se ho tantissima paura perché non mi fido più di nessuno.

Tantomeno dello Stato”. Otto pagine che sono un pugno nello stomaco, che sei mesi dopo fanno partire l’indagine della pm Valentina Bossi sulle torture dietro le sbarre che ha visto 45 indagati tra agenti penitenziarie, due ex direttori, due medici e tre educatori. L’ha scritta il detenuto italiano (assitito dall’avvocato Gianluca Orlando) a cui è stato spezzato un braccio durante una prova di forza: un incidente fatto passare come un infortunio sul lavoro, che gli ha provocato un’invalidità permanente.

A rompergli il braccio era stato un agente soprannominato “Insigne”, come il calciatore, che da un po’ con lui faceva il gradasso. “Che cazzo vai a fare in palestra che non sei buono a nulla?” l’ha stuzzicato quel giorno, sfidandolo a “braccio di ferro”.

“Mi sono ritrovato bloccato al muro, ho capito che ero in pericolo, ho tirato fuori tutta la forza che avevo - spiega l’ex detenuto - Non riuscivo a muovermi. Ho sentito il mio braccio spazzato via, come quando tira il vento e le foglie volano via. Poi ho sentito come se fosse scoppiata una bomba carta dentro al braccio”. Il dolore è atroce, la torsione totale.

“Vedo tutte facce bianche, peggio dei cadaveri. Sento che urlano: “Porca troia, che cazzo è successo?”. Sto per perdere i sensi, un agente mi sorregge. E mi dicono: “Mi raccomando, devi dire che stavi lavorando, facciamo risultare che sei caduto e ti mettiamo in infortunio”.

La situazione è grave: “La dottoressa di turno mi toccava la gamba destra, avevo un male tremendo e lei mi diceva: “Ma se hai male al braccio cosa c’entra il piede?”. Iniziavo a biascicare: non ho mai provato un dolore così atroce. Volevo addormentarmi ma mi tenevano sveglio, erano preoccupati. “Insigne” mi dice: “Mi dispiace, che cazzo ho combinato, non volevo farti male”. Sono rimasto per due ore accasciato terra: piangevo dal dolore”.

Il detenuto racconta dell’ospedale, l’operazione, il ritorno in carcere. Dove iniziano le minacce. E l’inferno. “A luglio i miei familiari volevano sapere la verità. Ma sono stato un vigliacco perché avevo paura: dicevo sempre che ero caduto”. A settembre “iniziavo ad avere problemi con le mie cure, erano state interrotte: ho iniziato a innervosirmi e ho provato a ribellarmi”.

Ma quando all’agente “Insigne” osa dire che “l’avrebbe pagata”, arriva la prima minaccia: “Mi dice: Fai il bravo che fai la fine del detenuto di Milano, che l’hanno fatto trovare impiccato”. “Divento un pezzo di ghiaccio: non chiudo occhio tutta la notte. Ero terrorizzato, mi sentivo io il colpevole”.

La situazione è sempre più tesa: “Un giorno dovevo prendere una busta di caffè dal magazzino, “Insigne” chiude la porta e mi dice: “Fai il bravo che ho l’indirizzo di tutti i tuoi familiari”. Subito rispondo: “Non puoi saperlo”. Ma sono morto quando lui mi ha detto “Vedi che tu fai le videochiamate, è tutto scritto”.

Allora lo rassicuro: “Stai sereno che questa cosa non esce fuori”“. Però gli ispettori del lavoro a fine settembre si accorgono che la frattura è troppo grave per una caduta. Gli chiedono se sia stato aggredito: “Ho detto di no, ma capisco che non sono convinti. Lo dico alle guardie e loro mi chiedono di fare un verbale contro queste persone”.

Un giorno gli consegnano una busta: “L’infortunio è chiuso. Un brigadiere mi dice: è meglio che stai zitto altrimenti vai tu nei guai, finisci denunciato per falso”. Lui entra in depressione: “Non ho avuto scampo con le loro parole a doppio senso”.

Promette di raccontare “altre situazioni”. E chiude così: “È stato un calvario. Si sono impossessati di me. Non so se sia giusto vivere o morire. Chiedo perdono: volevo solo proteggere me e la mia famiglia. Non riesco a scrivere di più perché, nonostante tutto, ho paura di essere io il colpevole, come loro mi hanno fatto credere”.