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di Giuseppe Legato

La Stampa, 26 settembre 2022

La denuncia di una donna ai magistrati titolari dell’inchiesta sulla Casa circondariale: “È stato riempito di tranquillanti in dosi massicce”.

“Sono la voce di mio figlio perché i carcerati non li ascolta nessuno. Fatelo almeno voi perché lui (arrestato il 13 luglio scorso per un cumulo pene di 7 anni e 8 mesi ad Alessandria e di lì trasferito nel penitenziario di Ivrea) è stato picchiato, denudato per una settimana nella cella liscia, riempito di tranquillanti e questo è accaduto in quel carcere a luglio e agosto scorsi”.

La lettera (di cui abbiamo copia) indirizzata ai due sostituti procuratori generale di Torino Giancarlo Avenati Bassi e Carlo Maria Pellicano è firmata dalla mamma di un detenuto. L’ha spedita a loro perché titolari dell’inchiesta che vede indagati per lesioni e falso 25 tra agenti, medici e carcerati di quel penitenziario per fatti che sarebbero avvenuti tra il 2015 e il 2016. Si legge nella missiva: “Durante l’ultimo colloquio avvenuto il 31 agosto, avevo notato delle stranezze in mio figlio: era dimagrito di 18 kg perché, mi disse, aveva iniziato lo sciopero della fame per chiedere di essere trasferito in un altro carcere, magari a Milano. Aveva gli occhi aperti, ma sembrava che non mi vedesse. Si reggeva a malapena in piedi. Avevo notato un bernoccolo sulla tempia destra. Mi ripeteva solo di portarlo via da quell’inferno”.

Nei giorni successivi, ai primi di settembre, la madre del detenuto veniva avvisata dal carcere di Lecce che il figlio (che intanto aveva già tentato il suicidio cercando di impiccarsi con le lenzuola, motivo per il quale era stato posto in isolamento) era stato spostato da Ivrea in Puglia. “Appena sono riuscita a incontrarlo mi ha raccontato tutto ciò che non voleva dire prima per paura di ritorsioni”. Cosa sarebbe avvenuto la donna lo racconta subito dopo: “Cinque agenti sono entrati nella cella, lo hanno costretto a bere dei tranquillanti in dosi massicce, di molto superiori a quelle che lui assume per una terapia blanda. Mi ha detto: corri a fare denuncia e non farmi tornare mai più a Ivrea. E dici alle forze dell’ordine che saprei riconoscerli se mi facessero vedere le foto. I nomi non li conosco, ma le facce me le ricordo”.

La signora Piera Daniela Calcagnile riporta di essersi recata in una stazione dei carabinieri di Lecce: “Mi hanno fatto fare un esposto perché all’inizio ritenevano che non avrei potuto sporgere denuncia direttamente io. Ma mio figlio è recluso e ero l’unica a poter denunciare tutto”. Nella lettera spedita a Torino si fa cenno anche di numerosi telegrammi che il detenuto avrebbe mandato alla mamma durante il periodo trascorso da recluso a Ivrea: “Altri scritti - conclude la donna - ho saputo che non sono mai stati spediti, pur pagati”.