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di Giuseppe Legato

La Stampa, 25 settembre 2022

Nel 2023 i reati contestati cadranno già per i primi episodi: sono trascorsi più di 7 anni e mezzo. Antigone sulle celle “lisce”: “La Corte europea ci ha già condannati e sono contro la Costituzione”.

La premessa è d’obbligo: i reati al momento contestati dalla procura generale di Torino a 25 tra agenti, medici e detenuti del carcere di Ivrea accusati do botte e omissioni, sono ipotesi d’accusa. Non condanne. E se anche l’inchiesta dovesse superare il vaglio di un giudice all’udienza preliminare ci vorranno poi i processi a stabilire la fondatezza delle contestazioni. È però un calcolo semplicemente matematico a gettare un’ombra sulla fine di questa storia. Questione di date, di tempo trascorso, di prescrizione. Una mannaia che aleggia sulle lesioni che sarebbero state inferte dai secondini ad alcuni carcerati con manganelli, calci, pugni. Risalgono al biennio 2015/2016. La possibilità di condannare i presunti responsabili va in soffitta dopo 7 anni e mezzo. Proprio per questo la procura generale ha notificato gli inviti a comparire agli indagati: per interrompere il decorso dei termini. Ma sette anni e mezzo resta il limite massimo. E quindi male che vada nel 2023 la scure si abbatterà sui primi episodi. Ed è impensabile che in un anno e mezzo si concluda l’iter processuale anche solo di primo grado.

“Siamo rimasti con un pugno di mosche in mano” dice adesso Simona Filippi di Antigone che tanto si è battuta perché si indagasse a fondo sulle presunte violenze nel carcere di Ivrea. “È per questo motivo che avevamo denunciato il blocco totale delle indagini negli anni scorsi, consapevoli come eravamo che il tempo non giocasse dalla parte della giustizia. Certo l’intervento della procura generale di Torino può comunque portare alla ricostruzione di una verità storica e questo non è poco”.

In realtà dalle maglie della prescrizione - e sempre e solo in caso di condanna - si salveranno alcuni dei reati contestati agli indagati. E’ il caso del falso aggravato sulle relazioni di servizio che gli agenti - per l’accusa - avrebbero alterato: “È scivolato sul pavimento, ha sbattuto la testa volontariamente contro un pilastro dicendomi che ci avrebbe rovinato” si legge agli atti dell’inchiesta. Per gli inquirenti menzogne per nascondere i pestaggi. I termini sono di 12 anni e mezzo e dunque - in qualunque senso - si arriverà a un giudizio.

Antigone accende anche un faro sulle cosiddette celle “lisce”, in gergo interno al carcere stanze spoglie di arredi (o con questi inchiodati per terra), rilevate durante l’ispezione del garante nazionale nel 2016. Ce n’è una anche a Ivrea. Sono locali che rientrano nelle celle cosiddette di isolamento destinati ad ospitare detenuti che hanno manifestato volontà suicide o ad altri che hanno subito una sanzione per comportamenti indisciplinati. A Ivrea ce n’è una. “Solo che lì dentro - spiega Filippi si possono condurre detenuti con specifici protocolli al vaglio della commissione interna, il trasloco temporaneo passa da una disposizione del direttore e nel caso di rischio di gesti autolesionistici si allega parere medico. Inoltre un sanitario dovrebbe visitare quotidianamente il detenuto. Tutto questo non avviene, gli ambienti sono degradanti e quindi non solo in contrasto con tutte le pronunce nel merito della Corte Europea ma anche coi basilari principi costituzionali”.