di Giuseppe Legato
La Stampa, 25 marzo 2026
Botte, umiliazioni, violenze fisiche e psicologiche erano coperte da verbali redatti dagli agenti. La stanza “Acquario”, o “stanza liscia”, all’interno del carcere di Ivrea era diventata la sala di punizione per i detenuti che sono stati ospitati nel penitenziario negli anni a cavallo tra il 2016 e il 2018. Botte, umiliazioni, violenze fisiche e psicologiche coperte da verbali redatti dagli stessi agenti che raccontavano di “detenuti scivolati sul pavimento bagnato”, o protagonisti “di gesti autolesionismo”. In alcuni casi le cartelle cliniche e i diari sanitari dei singoli detenuti sparivano del tutto.
La sentenza - Il tribunale di Ivrea ha condannato 8 agenti, 4 assoluzioni e alcune prescrizioni. L’impianto dell’accusa sostenuta dalla procura generale di Torino (che ha avocato quell’inchiesta commissariando nei fatti, ormai diversi anni fa, la procura di Ivrea) ha dunque retto. Per otto detenuti sono maturate condanne tra un anno e un anno e nove mesi di pena. Nel caso delle quattro assoluzioni intervenute è stato provato in aula, nel corso del dibattimento, che gli imputati non fossero in servizio in carcere nei giorni in cui sarebbero avvenute le lesioni.
“Nessuna tortura” - Contrariamente a quanto avvenuto - da un punto di vista giudiziario - a Torino e a Cuneo in processi “gemelli” a Ivrea non è stata contestato il reato di tortura agli imputati. Prima il gip, poi il Riesame e infine la Cassazione hanno derubricato a lesioni, falso e abuso d’autorità. E così, fin dall’inizio del processo, il giudice monocratico Edoardo Scanavino ha riqualificato il capo di imputazione.
I risarcimenti - Tra i legali difensori dei principali imputati, tra i condannati e gli assolti, figurano gli avvocati Celere Spaziante, Antonio Mencobello ed Enrico Scolari. Diversi risarcimenti sono stati disposti in termini di provvisionale immediatamente esecutiva alle parti civili, tra cui garante dei detenuti nazionale, regionale, comunale, associazione Antigone e i detenuti oggetto di violenze.
L’associazione Antigone - “I giudici - spiega l’associazione - hanno riconosciuto che le documentazioni prodotte dagli agenti condannati, che riferivano di cadute e incidenti accidentali erano false e servivano in realtà a coprire condotte violente avvenute ai danni di persone detenute nell’istituto penitenziario. Per gli autori delle violenze, accusati di lesioni in quanto all’epoca della contestazione non era ancora presente il reato di tortura, è intervenuta la prescrizione”. “Il procedimento era uno di quelli che, in quel periodo, diede forte spinta alla campagna di Antigone per l’introduzione del reato di tortura nel Codice penale”, dichiara Patrizio Gonnella, presidente di Antigone. “La sentenza di oggi - aggiunge - ci dice che violenza ci fu e ci fu un tentativo di coprirla. Come in altri casi il ruolo di Antigone è della società civile è stato fondamentale per l’emersione di questi casi e nel fare in modo che la cosa non finisse senza che la verità processuale fosse accertata. Ci sono voluti lunghi dieci anni, faticosi per le vittime e anche per noi. Ma la determinazione paga. E in qualche modo la giustizia arriva”.










