di Andrea Bucci
La Stampa, 8 febbraio 2025
Nel gennaio 2024 Andrea Pagani Pratis era detenuto a Ivrea, da giorni aveva febbre. La procura: “Il detenuto avrebbe dovuto essere ricoverato in ospedale”. Morì in carcere a Ivrea per un edema polmonare Andrea Pagani Pratis. Era il 7 gennaio di un anno fa, e il decesso avvenne dopo che il detenuto, da sei giorni, lamentava tosse, febbre e un malessere generale. Ora tre medici che lo avevano visitato rischiano il processo. La pm di Ivrea, Valentina Bossi, ha chiuso le indagini sulla morte del 47enne, insegnante di educazione fisica di Casalnoceto (Alessandria), che stava scontando una condanna a 18 anni per aver ucciso a coltellate il padre Antonello il 27 settembre 2019.
I tre sanitari avevano visitato Pagani Pratis in tre momenti diversi. Secondo la ricostruzione della procura, il dottor M., il 31 dicembre 2023, non avrebbe sottoposto il detenuto a visita medica nonostante questi lamentasse tosse, febbre, rinorrea, sudorazione, malessere e raffreddore da tre giorni. Dopo quattro giorni, senza alcun miglioramento delle condizioni di salute, Pagani Pratis fu visitato da T., che gli prescrisse una terapia antibiotica tre volte al giorno, una terapia antinfiammatoria a base di Brufen (due volte al giorno) e una terapia mucolitica (Frobemucil) una volta al giorno. Le condizioni di salute del detenuto peggiorarono ancora. Il 6 gennaio, fu visitato nell’infermeria della casa circondariale. Questa volta, il medico di turno lo prese in cura sia al mattino sia nel pomeriggio. Tuttavia, il detenuto venne fatto rientrare in cella, dove rimase fino al decesso, avvenuto la mattina successiva.
La perizia - La perizia medico-legale ha poi stabilito che Pagani Pratis era un paziente astenico, sofferente, agitato, tachipnoico e tachicardico, nonostante la terapia antibiotica prescritta. Secondo la pm, questi erano tutti segnali che i medici avrebbero dovuto riconoscere, e il detenuto avrebbe dovuto essere ricoverato in ospedale.
La denuncia dei compagni in carcere - La morte in cella di Pagani Pratis suscitò la rabbia dei compagni di detenzione, che scrissero una lettera sul giornalino del carcere La Fenice, in cui lui stesso si firmava con il nome di “Vespino”: “Il caso è stato preso troppo alla leggera. Si sarebbe potuto salvare”. A quella morte seguirono un’interrogazione in Consiglio regionale, firmata da Francesca Frediani (Unione Popolare), e un’interrogazione ai ministeri della Giustizia e della Salute a firma di Marco Grimaldi.










