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di Andrea Scutellà

La Sentinella del Canavese, 10 ottobre 2025

Per dodici agenti chiesta la condanna, per altri assoluzioni e prescrizioni. I pm Noce e Avenati Bassi descrivono una “macelleria sudamericana”. Relazione del Ministero definita “tentativo d’insabbiare”. Alla fine i pestaggi in carcere a Ivrea sono scomparsi dal processo, per la maggior parte. Sono tutti prescritti. Ne è rimasto solo uno, del 2021, per cui è stata chiesta una pena totale di 4 anni per tre agenti. A pesare sono i falsi, perché reati di un pubblico ufficiale. “Nella mia esperienza sono reati sentinella delle violenze”, dirà l’avvocata di parte civile per l’associazione Antigone, Simona Filippi. Per i falsi sono stati chiesti 1 anno e 6 mesi per 8 agenti e 1 anno e 8 per uno, che ne ha commessi due, in tutto più di 13 anni. Poi ci sono le tre assoluzioni chieste perché gli agenti hanno dimostrato di non essere in servizio nel giorno del presunto pestaggio. Che si aggiungono a quelle chieste a inizio processo per gli agenti accusati di relazioni false, per cui non sono stati trovati i relativi documenti. La tortura è stata depennata già in udienza preliminare.

A Ivrea non ci sono telecamere, come a Santa Maria Capua Vetere, a garantire trasparenza. Il carcere di Ivrea è un luogo opaco, altro che casa di vetro. E allora dove non si arriva con i riscontri fattuali, si va con la logica. “Perché i detenuti, che normalmente sono reticenti alle denunce, dovrebbero inventare dei pestaggi?”. È questo il ragionamento esplicitato più volte dai pm Sabrina Noce e Giancarlo Avenati Bassi, nel processo istruito sulle accuse che la procura generale di Torino ha avocato a quella di Ivrea. Dopo segnalazioni e opposizioni dei garanti comunali dei detenuti, attraverso l’avvocata Maria Luisa Rossetti, e dell’associazione Antigone. Esposti, opposizioni all’archiviazione e, infine, l’avocazione.

Il tentativo è quello di far luce su un mondo di ricordi che vacillano, omissioni, tentativi di ricostruzione. E persino di chi ricerca falsi ricordi, più che cercare di capire se un detenuto è stato effettivamente pestato oppure no.

In mezzo a questo marasma, dove la verità è soltanto una traccia, la ragione è l’unica bussola dei pm che ci dicono che “i detenuti sono cittadini come tutti gli altri”, che “la tipica violenza del carcere di Ivrea era rivolta verso le persone più deboli”, che durante la cosiddetta “rivoltina” del 25-26 ottobre 2016 - chiamata così in ossequio alla tradizione infantilizzante del linguaggio carcerario - “la situazione era da macelleria sudamericana”, come sostiene Noce.

Avenati Bassi, invece, torna sulla relazione dei funzionari del ministero Marco Bonfiglioli ed Ermanno Mina, testimoni al processo, che definisce “un tentativo di insabbiare l’indagine”, ricordando la “vergogna” dell’introduzione sull’epistemiologia, con citazioni filosofiche annesse, e i tentativi di individuare falsi ricordi nei medici che testimoniavano un pestaggio.

Sono quattro, in sostanza, gli episodi che restano in piedi nel processo. Il primo è il pestaggio di un detenuto che si sarebbe consumato alla rotonda del piano terra, mentre due detenuti semiliberi, che poi hanno denunciato, guardavano dallo spioncino. Qui avrebbero visto anche il medico alla macchinetta che sorseggiava un caffè durante l’accaduto. Qui c’è l’accusa di falso a Simpatico, per la relazione dove si sostiene che i detenuti non potevano aver visto il punto del pestaggio.

Nella sala d’attesa dell’infermeria senza arredi, riscaldamento, né bagno, né luce naturale, chiamata “Acquario”, e utilizzata secondo quanto sostenuto dall’accusa e dai garanti dei detenuti, sarebbe stato picchiato un detenuto con problemi di tossicodipendenza e autolesionismo. Qui le relazioni false sarebbero di Firenze e Rao, dove si sostiene che il detenuto “prendeva a testa lo spigolo della colonna”. Quella di Firenze aggiunge anche che l’uomo avrebbe gridato: “Mi spacco la testa e vi denuncio così poi dico che siete stati voi a farlo”.