di Maria Di Poppa
giornalelavoce.it, 24 gennaio 2025
Il suicidio di Alexando Vito Riccio, avvenuto il 26 settembre 2021 nel carcere di Ivrea, ha aperto uno squarcio sulla gestione medico-psichiatrica dei detenuti e sulla vigilanza nelle strutture penitenziarie. Mercoledì 22 gennaio si è tenuta ad Ivrea l’udienza preliminare del processo nato dall’inchiesta condotta sul carcere dalla Procura eporediese. Nel corso dell’udienza predibattimentale il Ministero della Giustizia è stato citato come responsabile civile su richiesta degli avvocati di parte civile Giuseppe Lopedote e Alessandro Di Matteo, che rappresentano la famiglia del detenuto. La decisione è stata presa dal gup Davide Paladino, e l’udienza preliminare è stata aggiornata a giugno per consentire al Ministero di partecipare al processo attraverso un proprio avvocato.
Cosa significa che il Ministero della Giustizia è responsabile civile? In questo caso, il Ministero, che sovrintende il sistema carcerario, potrebbe essere ritenuto legalmente responsabile per eventuali errori o mancanze da parte del personale penitenziario. Se venisse accertato che ci sono state negligenze nella gestione del detenuto - come la mancata vigilanza o l’insufficienza di cure psicologiche - il Ministero potrebbe essere condannato a risarcire i familiari di Riccio. Si tratta di una questione non solo economica, ma che solleva interrogativi più ampi sulla tutela dei diritti umani nelle carceri italiane.
Il suicidio di Vito Alexandro Riccio, 39 anni, avvenuto cinque mesi dopo il suo arrivo nel carcere di Ivrea, apre domande sulla gestione dei detenuti fragili e sulle responsabilità del sistema carcerario. Riccio, rappresentante di commercio e figlio di un poliziotto penitenziario in pensione, aveva condotto una vita ordinaria fino al 20 gennaio 2021, quando uccise la moglie Teodora Casasanta e il figlio Ludovico di soli cinque anni nella propria casa a Carmagnola. Prima di allora, era incensurato. Dopo l’omicidio, aveva tentato il suicidio bevendo candeggina e gettandosi dal secondo piano, ma era sopravvissuto.
Arrestato il 29 gennaio 2021, fu trasferito prima al carcere Lorusso e Cutugno di Torino e poi, il 17 aprile, a Ivrea. Qui, secondo la procura eporediese, visse sei mesi di “gravi sofferenze” fino a togliersi la vita. Si impiccò nel bagno della cella utilizzando i pantaloni della tuta, un gesto che gli inquirenti definiscono come un “suicidio annunciato”, risultato di una gestione negligente da parte del personale penitenziario. Nonostante i suoi precedenti tentativi di suicidio e le condizioni psicologiche evidenti, non ci fu tempo per sottoporlo a una perizia psichiatrica.
La pm Valentina Bossi, che ha coordinato le indagini, accusa otto persone, tra cui i vertici dell’epoca, di omicidio colposo. Gli imputati, secondo l’accusa, avrebbero ignorato segnali d’allarme chiari e inequivocabili. Alberto Valentini, 57 anni, direttore del carcere, difeso dagli avvocati Giuseppe Cormaio e Mario Angelo Conti, è accusato di aver omesso di adottare le misure necessarie per garantire la sicurezza del detenuto. Giorgio Siri, 67 anni, responsabile dell’area pedagogica, rappresentato da Mario Benni ed Enrico Scolari, è accusato di aver sottovalutato i campanelli d’allarme sul rischio suicidario. Maria Margherita Pezzetti, 53 anni, psicologa, assistita dalle avvocate Raffaella Enrietti e Francesca Peyron, è accusata di non aver monitorato adeguatamente le condizioni psichiche di Riccio. Paola Raitano, 48 anni, funzionaria giuridico-pedagogica, rappresentata dall’avvocata Rita Puglisi, è imputata per aver trascurato l’obbligo di vigilanza. Silvia Santià, 37 anni, psichiatra, difesa dall’avvocato Antonio Mencobello, avrebbe omesso di intervenire sul piano terapeutico. Elena Carraro, 50 anni, psichiatra, rappresentata dall’avvocata Cristina Rey, è accusata di negligenza nella gestione sanitaria. Cristina Biader Cepidor, 47 anni, psicologa, difesa dall’avvocato Danilo Cerrato, avrebbe ignorato le richieste di assistenza psicologica. Mauro Bergamini, 75 anni, psichiatra, assistito dall’avvocato Pietro D’Ettorre, è imputato per non aver predisposto un adeguato supporto psichiatrico.
Secondo quanto emerso dall’inchiesta della polizia penitenziaria, Riccio sarebbe stato abbandonato in un momento di grave fragilità. Nonostante fosse stato classificato inizialmente ad alto rischio di suicidio, la sua scheda fu declassata a medio rischio, e per due mesi non venne visitato da alcuno psicologo. Nei giorni in cui esplodevano rivolte nelle carceri di Torino e Ivrea, Riccio era stato lasciato a se stesso, senza le adeguate misure di sorveglianza e sostegno psicologico.









