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di Lorenzo Vidino


La Repubblica, 20 novembre 2021

 

In Parlamento è in discussione una proposta di legge per coinvolgere scuola, comunità islamiche e società civile in attività che prevengano la radicalizzazione.

L'attentato di Liverpool, fallito grazie alla prontezza del tassista che ha chiuso l'aspirante kamikaze nel taxi così evitando che la deflagrazione facesse vittime, ha riportato l'attenzione sul terrorismo di matrice jihadista. In realtà, negli ultimi mesi di attacchi se ne sono registrati parecchi in tutta Europa: l'uccisione del parlamentare inglese David Ames, l'accoltellamento di due poliziotti a Cannes e di sei passeggeri su un treno in Baviera, solo per citarne alcuni. Incidenti diversi da alcuni dei grandi attacchi degli anni precedenti (tipo quello del Bataclan, di cui si celebra in questi giorni il maxi processo a Parigi) per numero di vittime e livello organizzativo, ma comunque prove, insieme agli arresti di aspiranti terroristi che settimanalmente avvengono in tutta Europa, che la minaccia persiste anche dopo la fine del califfato.

E l'Italia non ne è immune. L'arresto a Milano di una 19enne italo-kosovara che reclutava ragazze su piattaforme jihadiste online è solo l'ultimo di una scia di operazioni antiterrorismo che dimostrano che il nostro Paese, pur avendo la fortuna di non essere mai stato direttamente colpito, ospita una scena jihadista eterogenea e sempre più autoctona, che ormai produce una propaganda in lingua italiana. Constatazioni che hanno portato il capo della polizia Franco Gabrielli a dichiarare qualche settimana fa che un attacco in futuro è pressoché inevitabile.

Gli ha fatto eco di recente il Copasir, che ha anche sottolineato quella che è la maggior pecca del nostro sistema di contrasto al terrorismo: la mancanza di una strategia di prevenzione. Se infatti il nostro sistema, grazie anche a esperienze con altre forme di terrorismo e a un sistema legislativo adeguato, si è dimostrato un'eccellenza a livello europeo nel compiere quelle che sono le attività classiche dell'antiterrorismo (intercettazioni, arresti, espulsioni), manca del tutto una strategia che, nelle parole del Copasir, "in analogia a quanto accaduto in altri ordinamenti europei, doti il nostro Paese di una disciplina idonea a contrastare in modo più incisivo il crescente fenomeno della radicalizzazione di matrice jihadista". In sostanza attività di prevenzione, in particolare in ambienti sensibili come carceri, web e periferie disagiate, volte a contrastare l'appeal dell'ideologia jihadista prima che faccia presa su soggetti condizionabili e attività di de-radicalizzazione.

L'importanza dell'introduzione di questo tipo di misure, che si andrebbero ad affiancare a quelle repressive, è sentita in primis dal nostro apparato antiterrorismo, che da anni segnala come la creazione di una strategia preventiva che, come avviene in tutta Europa, crei partnership con la società civile, la scuola, e le comunità islamiche, sia necessaria per avere una risposta adeguata alla complessa sfida della radicalizzazione. Ad esempio, cosa si può fare per le ragazzine perlopiù minorenni che la 19enne arrestata a Milano aveva circuito e radicalizzato? Non si può certo agire solo e sempre di codice penale, ma servono interventi mirati che coinvolgano servizi sociali, imam moderati, educatori e le famiglie - e i primi a dirlo sono gli addetti ai lavori.

Il percorso per dotare il nostro Paese di tale strategia era iniziato nella precedente legislatura con la proposta di legge Manciulli-Dambruoso e con il lavoro di supporto accademico della Commissione sulla Radicalizzazione (che ho avuto l'onore di presiedere) creata da Palazzo Chigi sotto l'allora sottosegretario Minniti. E già allora si era denotata la volontà della società civile e delle comunità islamiche a partecipare in attività preventive e l'esigenza di interventi in spazi critici, in primis il web.

Il percorso legislativo allora si arenò, ma in questi giorni una nuova proposta di legge, che ricalca la precedente ma include altre forme di radicalizzazione, come è giusto, è in discussione in Parlamento. Pare avere un supporto che trascende il colore politico, ed è solo auspicabile che una legge tecnica che ci allinea col resto d'Europa e migliora la sicurezza nazionale possa essere approvata con larga maggioranza.