di Alessio Gallicola
Il Tempo, 16 marzo 2025
La relazione tra minori detenuti radicalizzati e il fenomeno sociale dei “maranza” è un fenomeno da tempo allo studio di criminologi e analisti della radicalizzazione. Il teatro dove avviene la saldatura tra i due territori comuni è il carcere minorile. In alcuni istituti la quota di giovani musulmani o di origine nordafricana è molto alta. Al Beccaria di Milano, ad esempio, la maggioranza dei detenuti è musulmana. Non è una novità e non è nemmeno di per sé un problema ideologico: la maggior parte dei giovani detenuti entra per reati comuni, dalle rapine allo spaccio, passando per aggressioni o baby gang. Sono percorsi di devianza urbana piuttosto classici. Il carcere arriva alla fine di una catena che parte quasi sempre dalla periferia sociale.
Ed è proprio qui che il fenomeno dei maranza e quello della radicalizzazione islamista possono, in alcuni casi, toccarsi. Non perché le baby gang siano jihadiste. Non lo sono quasi mai. Il loro universo simbolico è molto più vicino alla cultura di strada globale che alla religione. La religione, quando c’è, è spesso un elemento identitario superficiale, più culturale che dottrinale. La saldatura possibile avviene dopo. Il carcere è uno spazio chiuso dove identità fragili vengono messe sotto pressione.
La detenzione spezza biografie già instabili e costringe ragazzi molto giovani a ridefinire chi sono. In questo vuoto identitario qualsiasi narrativa forte può diventare una risposta: il gruppo, la fratellanza, l’idea di una comunità oppressa, la promessa di dignità e riscatto. È qui che alcuni percorsi di radicalizzazione trovano terreno fertile. Non è un fenomeno di massa e i numeri restano limitati. Magli studiosi di sicurezza e i criminologi osservano da anni che l’estremismo jihadista europeo ha spesso intercettato giovani provenienti dalla microcriminalità urbana.
Non studenti religiosi, ma piccoli delinquenti di periferia. Non teologi, ma ragazzi cresciuti tra frustrazione sociale, marginalità e conflitto con lo Stato. Per qualcuno di loro l’ideologia radicale diventa una forma di ribellione strutturata. Una narrazione che trasforma la rabbia individuale in missione collettiva. Il passaggio è sottile ma potente: dalla gang al gruppo militante, dalla vendetta personale alla guerra simbolica contro una società percepita come ostile.
Questo non significa che esista una linea diretta tra maranza e jihadismo. La stragrande maggioranza dei ragazzi coinvolti in quelle subculture non si avvicinerà mai all’estremismo religioso. Significa però che esiste una zona grigia dove marginalità sociale, identità fragile e detenzione possono creare vulnerabilità. Ed è lì che si gioca la partita più difficile. Non solo di sicurezza, ma di integrazione, educazione e presenza dello Stato. Perché il vero rischio non nasce dalla religione. Nasce dal vuoto.











