di Vittorio Pelligra
Il Sole 24 Ore, 5 ottobre 2025
Resta da chiedersi se davvero la vita morale possa essere compressa in un calcolo. John C. Harsanyi è nato tra le macerie della storia nella Budapest del 1920 e cresciuto nel clima inquieto dell’Europa dei totalitarismi. Brillantissimo negli studi nel 1944 si laurea in farmacologia. Durante l’occupazione nazista, in quanto ebreo, viene rinchiuso in un campo di concentramento e costretto ai lavori forzati. Riesce a salvarsi grazie ad una fuga rocambolesca e alla protezione che trova in una comunità di gesuiti.
Dopo la guerra è nuovamente a Budapest dove si rimette a studiare e ottiene il dottorato in filosofia e sociologia. Si converte al cattolicesimo, inizia a studiare teologia ed entra in quello che allora si chiamava terz’ordine domenicano. Ma nell’istituto di sociologia dell’Università di Budapest dove aveva iniziato a lavorare il clima per lui inizia a farsi pesante a causa delle sue idee radicalmente antimarxiste. Il regime comunista non lasciava grande spazio a pensatori indipendenti e Harsanyi è costretto alle dimissioni. Per anni lavora nella farmacia di famiglia, di notte studia Kant e Mill, e intanto osserva i disastri dell’autoritarismo su singoli e comunità.
Nel 1950 decide di rischiare tutto; con la moglie Anne attraversano clandestinamente il confine austriaco, in fuga dal regime. I due si trasferiscono prima in Australia dove la moglie aveva dei parenti e dove Harsanyi di giorno lavora in una fabbrica e la notte studia economia. È davvero brillante e prima ancora della laurea inizia a pubblicare i suoi saggi sulle più importanti riviste accademiche del settore. Grazie ad una borsa di studio riesce a partire per gli Stati Uniti. A Stanford incontra il futuro premio Nobel, Kenneth Arrow, di un anno più piccolo di lui ma già una superstar dell’economia matematica. Arrow lo prende sotto la sua ala protettiva, Harsanyi studia e pubblica e nel 1959 ottiene un secondo dottorato. Dopo un breve ritorno in Australia, nel 1964 viene chiamato dall’Università di Berkeley in California, dove passerà il resto della sua vita accademica.
È in questo contesto di vita e di pensiero che matura la sua convinzione più profonda: l’etica non può dipendere da emozioni volubili o da autorità arbitrarie, ma deve avere la forza del calcolo razionale, capace di resistere ai venti della storia. Se le società vogliono evitare i disastri del Novecento, devono darsi regole imparziali, costruite con la stessa solidità con cui la scienza costruisce le sue leggi. La giustizia o è razionale o non è giustizia. Così inizia ad applicare le tecniche matematiche che aveva iniziato a sviluppare in gioventù - la teoria dei giochi ad informazione incompleta - ai problemi fondamentali dell’etica sociale. Per lungo tempo, l’economia tradizionale aveva rifiutato l’idea che fosse possibile confrontare le utilità di individui diversi. Vilfredo Pareto, ad esempio, sosteneva che la teoria economica potesse dire se una situazione A fosse migliore di una certa situazione B solo se era possibile dimostrare che passando da B ad A avremmo ottenuto il miglioramento del benessere di qualcuno senza, contemporaneamente, ridurre il benessere di nessun altro. Il problema è che questo approccio impediva di parlare seriamente di giustizia distributiva: se non posso dire se un miglioramento per un povero valga più o meno della perdita di un ricco, non posso discutere razionalmente di equità, redistribuzione o welfare.
Harsanyi invece sostiene che non solo possiamo confrontare le utilità tra individui differenti, ma che dobbiamo farlo se vogliamo prendere sul serio i problemi della giustizia distributiva. Non è assurdo dire che il beneficio marginale di un ricco - il piacere di una vacanza extra, il lusso di una nuova auto - valga meno del sollievo di un povero che grazie a un sussidio a all’accesso gratuito ai servizi può curarsi, mandare i figli a scuola, vivere una vita dignitosa. In questa prospettiva, le politiche redistributive non appaiono più come un imperativo morale generico, ma come il risultato di un calcolo razionale: ciò che si perde da un lato pesa infinitamente meno di ciò che si guadagna dall’altro.
Per giustificare questo passaggio è sufficiente un semplice esercizio: dobbiamo provare a ragionare dietro il “velo di ignoranza”. L’idea che in genere si fa risalire alla Theory of Justice di John Rawls pubblicata nel 1971, in realtà era stata introdotto da Harsanyi in un saggio pubblicato nel 1953 sul Journal of Political Economy. Ragionare dietro il “velo d’ignoranza” vuol dire ragionare sulle regole del gioco senza sapere in anticipo in che ruolo giocheremo. L’implicazione che Harsanyi sviluppa è che in questa condizione di imparzialità, ciascuno dovrebbe operare per massimizzare l’utilità attesa della collettività, come se stessimo scegliendo una polizza assicurativa contro il rischio di finire nelle posizioni più svantaggiate.
In termini più formali, la società dovrebbe organizzarsi cercando delle regole capaci di massimizzare una funzione di utilità sociale che abbia come obiettivo la somma, o la media, delle utilità individuali, tutte pesate allo stesso modo. Harsanyi non si limita a descrivere questa intuizione, ma elabora una dimostrazione formale - il cosiddetto “Teorema di Harsanyi” - secondo cui, se accettiamo alcuni assiomi di razionalità e imparzialità, l’unica funzione di utilità sociale coerente è quella di tipo utilitarista. Un approccio nel quale Adam Smith incontra Immanuel Kant, Jeremy Bentham e John Stuart Mill.
Da Smith riprende l’idea dello “spettatore imparziale” che troviamo originariamente nella Teoria dei sentimenti morali (1759). Un osservatore ideale che ciascuno porta dentro di sé e al quale rivolge lo sguardo interiore quando deve giudicare le proprie azioni. Per Smith, questa figura è anzitutto psicologica e morale: è ciò che ci permette di valutarci con un minimo di distacco, immaginando come appariremmo agli occhi di un altro che dovesse osservare le nostre azioni dall’esterno. Harsanyi riprende questo spunto ma lo trasforma radicalmente. Per lui l’osservatore imparziale non rappresenta tanto la coscienza interiore, quanto un costrutto teorico che consente di fondare l’utilità sociale. Mentre Smith mirava a spiegare la genesi della moralità nei rapporti interpersonali, Harsanyi cerca di risolvere un problema di filosofia politica: come sommare preferenze individuali diverse in una società complessa. L’osservatore imparziale, nel suo modello, deve valutare le alternative come se potesse trovarsi in qualunque condizione sociale, e proprio per questo diventa il garante della comparabilità tra le vite possibili. È un passaggio decisivo: il “sentimento morale” smithiano diventa, nelle mani di Harsanyi, un algoritmo di giustizia.
Ma l’utilitarismo di Harsanyi si differenzia in maniera profonda da quello dei classici. Mentre Bentham, per esempio, parlava di massimizzazione del piacere e minimizzazione del dolore, quasi come se fossero quantità naturali da sommare in un calcolo aritmetico, Harsanyi abbandona questa psicologia del senso comune e si affida alle “preferenze rivelate”. Non possiamo entrare nella testa delle persone per misurarne gioie e dolori ma possiamo certamente osservare le loro scelte. Se davanti a due alternative A e B un soggetto sceglie A, allora starà “rivelando” le sue preferenze per A rispetto a B. Ci starà dicendo che si aspetta di vedere il suo benessere crescere dopo aver scelto A più di quanto non sarebbe capitato se avesse scelto B. Ciò che conta, dunque, è quello che una persona sceglierebbe se fosse coerente e pienamente informata di tutte le opzioni disponibili.
Questo ci porta a un’altra distinzione cruciale rispetto all’utilitarismo classico. L’utilitarismo di Harsanyi, infatti, è in una qualche misura “kantizzato”. Mentre la versione dei classici può essere definita come un “utilitarismo degli atti” (act utilitarianism) e prevede che ogni singola azione venga giudicata dalle sue conseguenze immediate, la versione di Harsanyi appartiene all’”utilitarismo delle regole” (rule utilitarianism) e, in questo caso, ciò che conta sono le norme generali, le regole che, se seguite da tutti, garantiscono i migliori risultati collettivi. Se mentire oggi ad un amico è per evitargli un dolore inutile, allora la bugia può anche essere considerata giusta. Se evadere una piccola tassa mi consente di curare un familiare, il gesto può sembrare moralmente lecito, perché aumenta la felicità complessiva in quel momento. Quella dell’utilitarismo degli atti è un’etica “al dettaglio”, che decide caso per caso.
L’utilitarismo delle regole, invece, sposta la prospettiva. Non chiede se mentire in questo caso porti più benefici che danni, ma se accettare la menzogna come regola generale non corromperebbe la fiducia generale. E lo stesso vale per le tasse: un’eccezione può sembrare innocua, ma se tutti facessero lo stesso - ecco la dimensione kantiana, l’universalizzabilità contenuta nell’imperativo categorico - lo Stato non avrebbe più risorse per ospedali e scuole. In altre parole, l’utilitarismo dell’atto somiglia a un automobilista che decide quando fermarsi al semaforo rosso solo in base alla convenienza del momento. L’utilitarismo delle regole, invece, si chiede se l’esistenza di una norma che vieta il passaggio col rosso porterà o no ad una società più sicura per tutti.
Così come un agente razionale posto di fronte ad una scelta incerta opterà per massimizzare la sua utilità attesa - il benessere derivante da un certo evento data la probabilità che quell’evento si verifichi - analogamente, come società dovremmo scegliere regole che massimizzano il benessere medio. Non conta il potere, lo status, la ricchezza: ogni individuo pesa ugualmente nel calcolo collettivo. La sua tragica esperienza personale sta alla base di questa convinzione. Avendo visto la brutalità dei regimi che classificavano gli individui in razze, classi e categorie da annientare, Harsanyi sognava un’etica che non lasciasse spazio a gerarchie arbitrarie. La felicità di un povero vale quanto quella di un ricco. E soprattutto, la riduzione del benessere di un ricco deve valere meno della liberazione dalla miseria di chi non ha nulla. In questo senso, la redistribuzione del reddito non è un gesto di carità, ma il frutto di un calcolo razionale orientato alla massimizzazione del benessere collettivo.
Il framework teorico di Harsanyi forse non è noto ai più, ma certamente la sua applicazione è pervasiva e condiziona la vita di tutti noi. Durante la Pandemia, per esempio, in una situazione nella quale ancora le dosi del vaccino scarseggiavano e i respiratori erano insufficienti per tutti i malati, il problema di chi curare per primo ha diviso governi e cittadini: privilegiare i più fragili, come avrebbe suggerito Rawls, o chi contribuisce maggiormente al benessere medio, come avrebbe voluto Harsanyi? IN molti regolamenti e direttive governative è stata la posizione di Harsanyi a prevalere. Lo stesso interrogativo vale per il cambiamento climatico: quanto dovremmo sacrificare nel presente per garantire i benefici futuri ai nostri figli? In tutti questi casi, l’utilitarismo fornisce un linguaggio e degli algoritmi di calcolo, immediati e intuitivi, anche se non privo di riduzionismi. Ci concentreremo sulle principali critiche al pensiero di Harsanyi nel Mind the Economy della settimana prossima. Critiche che non possono faranno passare in secondo piano il contributo del filosofo ungherese che vincerà il Nobel per l’Economia nel 1994 assieme a John Nash e Reinard Selten.
La sua opera, infatti, non rappresenta solo contributo tecnico raffinatissimo, ma un vero e proprio manifesto per un’etica razionale. Un tentativo di offrire alla politica un linguaggio condiviso, capace di unire filosofi, economisti e decisori pubblici. La sua promessa è ardita: se vogliamo davvero essere razionali e imparziali, non abbiamo scelta. Dobbiamo accettare l’utilitarismo come bussola. L’etica, sostiene Harsanyi, deve avere la stessa solidità della scienza, deve fondarsi su regole razionali capaci di resistere ai venti della storia. Non possiamo permetterci un’etica fatta di emozioni o dogmi: la giustizia deve avere la forza di un calcolo rigoroso.
Resta da chiedersi se davvero la vita morale possa essere compressa in un calcolo. In un mondo sempre più governato da algoritmi che decidono per noi la sfida di Harsanyi è più attuale che mai. Il rischio, però, è che riducendo la complessità delle vite umane a numeri, finiamo per dimenticare ciò che quei numeri non possono catturare: i legami, le storie, la dignità irriducibile di ciascuno. Harsanyi ci sfida a guardare l’etica con occhi della ragione e la freddezza del calcolo, ma il vero test resta un’altro: sapremo misurare la giustizia, ciò che ci dobbiamo gli uni gli altri, senza mai tradire quella stesso profondo senso di umanità che essa dovrebbe custodire?










