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di Andrea Nicastro

Corriere della Sera, 15 agosto 2022

Un anno dopo la presa di Kabul da parte dei talebani e la “fuga” degli americani sono altre le sfide globali sotto i riflettori. Ma i rapporti di forza tra Usa e resto del mondo forse sono cambiati lì.

Forse Vladimir Putin non avrebbe attaccato l’Ucraina se l’America avesse mantenuto i suoi impegni in Afghanistan. Forse Pechino non sarebbe oggi così aggressiva con Taiwan e l’autoritarismo non sarebbe un modello politico competitivo rispetto alla democrazia. Forse la storia dirà che i rapporti di forza globali sono cambiati il 15 agosto 2021 con la caduta della Kabul filo-occidentale e gli afghani che precipitano dagli aerei pur di fuggire segnano la fine del mondo unipolare post Guerra Fredda.

Gli “studenti del Corano” sono tornati padroni perché un Afghanistan civile non era più (parole di Biden) nell’”interesse nazionale americano”. Dopo aver speso migliaia di miliardi e perso 3.600 soldati tra americani e alleati (53 italiani) Washington ammetteva di non poter essere il gendarme al mondo.

È stata una presa di coscienza lunga: il democratico Barack Obama ha promesso il ritiro, il repubblicano Donald Trump firmato gli accordi di Doha, il democratico Joe Biden li ha attuati. Abbiamo capito che il mondo non cambia (solo) con le armi?

Probabile, anche se repubblicani e democratici, invece che sulle scelte di fondo, litigano ancora su chi abbia la responsabilità del caos nel ritiro dello scorso anno. Un memo della Casa Bianca accusa gli accordi di Doha firmati da Trump. L’altro schieramento punta il dito sulla pianificazione dell’exit strategy di Biden. Manca però un pezzo del ragionamento: se Usa e alleati rinunciano a migliorare (a nostra immagine) il resto del mondo, gli altri Paesi ci lasceranno vivere sereni e tranquilli la nostra ricchezza?

I 10 milioni di profughi ucraini sono solo un assaggio di quel che potrebbe capitare. Russia e Cina vogliono riprendersi terre che considerano loro per diritto storico. Le fabbriche di chip taiwanesi sotto controllo cinese sarebbero un incubo per l’industria elettronica da cui dipendono le nostre vite. India, Africa, Medio Oriente e Sud America hanno ricordi poco piacevoli della supremazia occidentale e sono pronti a cambiare alleanze. Persino dal povero, lontano Afghanistan arrivano minacce. Al Zawahiri, successore di Osama bin Laden, era a Kabul pochi giorni fa quando è stato ucciso da un drone. Significa che gli Usa possono difendersi senza uomini sul terreno, ma anche che il potenziale terroristico dell’Emirato talebano è intatto.

Restare indifferenti alla fame, alle discriminazioni, alle dittature, ai fanatismi non è una soluzione. Se generazioni di afghani cresceranno nella versione oscurantista dell’Islam talebano ci sarà un prezzo e non lo pagherà solo chi in Afghanistan ha creduto alle nostre promesse di libertà e sviluppo. Prima o poi, anche noi dovremo affrontare un’altra ondata di odio e rivalsa.