di Roberto Brunelli
La Repubblica, 7 gennaio 2022
Per tre decenni è stato il padre padrone del Kazakistan, uno stato ricco di risorse energetiche e al crocevia di molti interessi regionali. Ora l'ex presidente vede sgretolarsi il suo potere assoluto costruito in continuità con il passato sovietico.
Oggi il "sultano di luce" giace sul freddo selciato della piazza principale di Taldykorgan, capoluogo della regione di Almaty. È solo il busto bronzeo dell'ex dittatore, spezzato in due: la stessa fine delle migliaia di statue di Lenin abbattute nell'Urss in via di collasso, oltre trent'anni fa. Beffardo cortocircuito della storia, si potrebbe dire, dato che fu proprio sulle macerie dell'Unione sovietica che Nursultan Nazarbayev ha edificato la sua carriera di autocrate assoluto del Kazakistan.
Chissà se il "padre della nazione" ha mai immaginato lo scenario di questi giorni, quasi da manuale per un regime sull'orlo del precipizio: le rivolte di piazza e gli spari, le fiamme e le colonne di fumo nero che si alzano dal municipio di Almaty, i palazzi del potere presi d'assalto, i morti e i feriti, le disperate accuse del presidente Kassym Zhomart Tokayev nei confronti di "provocatori stranieri", le truppe di Mosca e degli alleati in soccorso ad un regime che lotta per la propria sopravvivenza.
Oggi Nursultan - il significato del nome è proprio "sultano di luce" - tace rumorosamente: lui che per tre decenni è stato tutt'uno con il suo Kazakistan, in queste ore vede sgretolarsi, insieme ai propri monumenti, la cattedrale di un potere assoluto di stampo quasi divino, costruita in marmorea continuità con il passato sovietico.
A 81 anni - l'uomo insignito del titolo di "padre della nazione" per l'eternità, l'uomo il cui nome è stato dato alla capitale, Nur-Sultan - si vede sottrarre, proprio dall'ex fedelissimo Tokayev persino la presidenza del Consiglio di sicurezza, che gli era stata cucita addosso al momento delle dimissioni-sceneggiata di tre anni fa per garantirgli un potere de facto e, soprattutto l'immunità. È la fine reale di un potere che si credeva immortale.
Il potere costruito sulle macerie dell'Urss - Come in tutte le mitologie, il suo potere sembra provenire letteralmente da un altro mondo: figlio di un pastore, incompiuti studi di chimica e ingegneria, Nazarbayev lavora dal 1960 al 1977 come operaio nelle acciaierie di Karaganda. Membro del partito comunista kazako dal 1962, il futuro "padre-padrone" del Paese scala tutti i gradini della nomenklatura, prima di diventare presidente di un nuovo Stato indipendente dopo il tracollo dell'impero sovietico: dal 1984 è primo ministro di quella che per estensione era la seconda repubblica sovietica, cinque anni dopo è segretario del Pc kazako e infine, senza interruzioni o scossoni, presidente del Kazakistan, in contemporanea con la dichiarazione d'indipendenza, pochi giorni prima che sul Cremlino venga ammainata la bandiera rossa.
È nel passaggio caotico della fine dell'Urss che Nazarbayev compie la doppia mossa su cui riuscirà a fondare i trent'anni del suo dominio: prima si schiera dalla parte di Gorbaciov durante il tentativo di golpe del 1991, ma dopo la dichiarazione d'indipendenza si mette in prima fila a formare la Comunità degli Stati Indipendenti (Csi). Un equilibrismo politico che gli permette di coltivare con pazienza e determinazione - dopo aver denunciato per anni lo sfruttamento economico dell'Asia centrale da parte di Mosca - l'autonomia del Kazakistan pur senza rescindere mai i legami con il Cremlino. Da capo di Stato onnipresente in televisione e in radio, le elezioni del 1999, del 2005, del 2011 e del 2015 sono una formalità: per dire, all'ultimo passaggio nelle urne ha la grazia di farsi incoronare con il 97% dei voti.
I legami con Russia e Cina e il dialogo con l'Occidente - C'è chi la dice così: almeno fino al 2019, Nazarbayev e il Kazakistan sono stati una sola cosa. Un po' modernizzatore, un po' dittatore, in qualche modo gli riesce di garantire pace e stabilità tra le diverse etnie del gigante centrasiatico - un Paese a maggioranza musulmana ma con una significativa minoranza russa - ma certo non ha mai esitato a strangolare le opposizioni.
E tuttavia a scatenare la rabbia di gennaio è l'ingiustizia economica: la lunga transizione avviata con le dimissioni di Nazarbayev del 2019 ha reso ancor più drastici i problemi di un Paese la cui inflazione è di nuovo schizzata in alto e la spesa alimentare di giorno in giorno più insostenibile, mentre le riserve minerarie e petrolifere arricchiscono soprattutto le grandi città, Almaty e Nur-Sultan. Sì, proprio l'ex sonnecchiante città di provincia Astana, trasformata dal padre della patria in una seconda Dubai, con lucenti grattacieli di vetro illuminati di notte come una Las Vegas delle steppe.
"Abbiamo messo il Kazakistan su una mappa sulla quale uno Stato del genere non c'era mai stato", ha avuto modo di scandire il presidente-padrone, orgoglioso di aver trasformato il Paese in una potenza energetica. O meglio: in uno snodo geopolitico e strategico tenuto insieme contemporaneamente dall'alleanza con la Russia di Putin e dalla mediazione ininterrotta con la Cina, senza perdere mai di vista il dialogo con l'Occidente, tanto da riuscire a piazzare il Kazakistan come Paese ospitante una volta per negoziati sulla crisi ucraina, una volta per le trattative sull'Iran e persino per i colloqui internazionali sulla Siria. Al "suo" popolo ha sempre ripetuto la stessa promessa: "Vi servirò fino alla fine dei miei giorni". Oggi gli tocca contare le statue abbattute.









