di Andrea Galli
Corriere della Sera, 30 maggio 2025
Il viaggio del Corriere nel mondo degli adolescenti. In questa puntata, l’incontro con Kento, 48 anni, uno dei musicisti più impegnati con i ragazzini (e non soltanto). Gli incontri nelle scuole e le visite in carcere: “Io sto con Caino, tra i minori detenuti vedo anche talento e volontà”. E dunque carissimo Kento, ovvero il 48enne Francesco Carlo, qual è la prima esigenza, la prima urgenza, la prima richiesta dei ragazzini di oggi? “Detta così è molto semplice: essere ascoltati”. Poi, chiaro, ci passa l’infinito.
Ma a furia di chilometri e di incontri nelle scuole e di visite nelle carceri e di esplorazioni, ampie e trasversali, sia urbane sia di provincia nella geografia dell’adolescenza d’Italia, ad ascoltare, ascoltare, ascoltare, il tutto unito al primo lavoro, quello appunto di musicista, un rapper di quelli definiti impegnati, militanti, che però ha anche un ruolo di mediatore culturale che s’è guadagnato sulla strada, ecco oggi Kento è una delle primissime voci da ascoltare sul tema oggetto del Corriere, e qui approdata all’ottava puntata: la generazione dei maranza.
(Premessa per i neofiti del medesimo tema: per maranza, la Treccani intende un giovane che fa parte di comitive o gruppi di strada chiassosi caratterizzati da atteggiamenti smargiassi e sguaiati e con la tendenza ad attaccar briga, riconoscibili anche dal modo di vestire appariscente con capi e accessori griffati, spesso contraffatti e dal linguaggio volgare. Al contrario di una opinione diffusa, non esiste una peculiarità per nazioni o continenti, i maranza non sono soltanto, come si crede e ripete, nati all’estero oppure figli di seconda generazione venuti al mondo in Italia da genitori per lo più nordafricani. Tutto ciò chiarito, proseguiamo pure con Kento.
“Un tempo, direi fino a pochissimo tempo fa, le ragazzine e i ragazzini mi chiedevano in quanti avessero scaricato i miei brani sulla piattaforma Spotify, quanto avesse venduto la mia musica, quanta gente mi ascoltava. Oggi l’unica domanda che mi pongono, ma proprio l’unica per davvero, senza mai eccezioni, è il numero dei followers sul canale social Instagram; il numero esatto, perché già subito, dinanzi al dato nudo e crudo, iniziano a farsi un’idea: questo tipo qui vale, vale meno, non vale per niente; questo tipo allora è famoso, invece no, non lo conosce nessuno, dunque è uno sfigato fra gli sfigati e devo lasciarlo perdere, non ha senso neanche che cominci a interagire con lui o mi metta ad ascoltarlo”.
Senta Francesco, nativo di Reggio Calabria, poi emigrato a Roma, e lì residente, a maggior ragione in questa stagione disgraziata di mediocri, di crisi economica, di uno che vale uno nel senso che tutti possono tutto anche senza studio, gavetta, preparazione, noi qua che facciamo, viriamo immediatamente sugli adulti, giusto, alla ricerca dei veri responsabili che tanto, per forza, sono loro? Laddove nasciamo più o meno con i medesimi doni, il corpo quello è, il cervello pure, poi alla lunga incidono certe caratteristiche specifiche ma in modo quasi assoluto dipendiamo dagli ambienti di crescita, la famiglia, la scuola, il paese o il quartiere dove si vive... Insomma, lei che ci dice al proposito?
Kento dice questo: “Risulta sempre un esercizio difficile, e al contempo non corretto, quello di generalizzare. Siamo individui con storie individuali ma certo, sì, una famiglia attenta con i propri figli, e ripeto “attenta”, di solito, e ripeto anche “di solito”, potrebbe avere minori brutte sorprese... C’è un argomento che reputo centrale: il fatto che il fallimento sia messo in assoluta opposizione rispetto al successo. Il successo dev’essere perseguito e raggiunto, non esiste alternative possibile, ma se la ragazzina o il ragazzino incappano in un fallimento, allora basta, la convinzione degli adulti è che non ci potrà mai più essere il successo, la ragazzina o il ragazzino diventano come un prodotto da scartare, non più buono, non più valido, fine, con l’impossibilità di un cambiamento di scenario, così è e così sarà, capitolo chiuso. Ma santo cielo, il fallimento è funzionale al successo, col fallimento si impara, ci si esamina, si cerca una forza interiore aggiuntiva, si cercano nuovi stimoli, si riparte di slancio, si lavora sulla propria autostima, s’ingaggia una sfida maggiore con se stessi. I fallimenti devono esserci, i fallimenti devono avvenire e anche più di uno, e non bisogna, al contrario, implorare che non entrino mai nell’esistenza di nostro figlio”.
Insomma l’incipit, più che mai in questa generazione contemporanea di genitori, di educatori, potrebbe essere una quotidiana speranza che il percorso sia liscio, privo di ostacoli, che i voti a scuola siano ottimi fin dalle elementari, che le amiche e gli amici delle prime compagnie siano perbene, educati e parimenti con ottimi voti a scuola, che pure alle superiori lo scenario si ripeta identico, eccetera eccetera...
“Tutto, nella testa dei genitori, deve essere al massimo. Perfetto. Fatto e compiuto. Qui, se vogliamo, possiamo inserire anche una tendenza diffusa, un’ulteriore tendenza diffusa: quella di riempire la vita degli adolescenti come fosse una scatola vuota, allora ci metto quello, ci metto quell’altro, ci aggiungo questo, e velocemente la scatola diventa piena, e si genera la convinzione che ci sia tutto quello che serve, di avere il controllo...”. Invece? “Mah, invece, per esempio, ma non si affronta a dovere la questione, gli adolescenti danno meno importanza al sesso nella misura della scoperta del proprio corpo e del corpo degli altri, delle emozioni, della fisicità, dell’incontro materiale con il prossimo. Stanno a distanza, indietreggiano, non cominciano. A parole sanno più di noi adulti, magari, ma poi evitano l’appuntamento, ancor più evitano di sperimentare il sesso, preferiscono starne lontano. Dopodiché, e questo riguarda il mondo del carcere del quale, se possibile, mi piacerebbe parlare poiché si possono aprire migliaia di parentesi che ai più non interessano, ci sono adolescenti che scoprono proprio in un penitenziario il primo ambiente che dovrebbe occuparsi della loro educazione”.
“Io sto con Caino” - Ci occupiamo dei ragazzi nati all’estero o dei cosiddetti figli delle seconde generazioni; soprattutto sono marocchini, tunisini, libici ed egiziani (del Nordafrica l’unica nazione pressoché fuori dai circuiti delle partenze verso l’Europa è l’Algeria; nell’ultimo periodo, la comunità più numerosa negli arrivi a Milano e in Lombardia è quella egiziana), ma questa non è mai un’analisi per nazionalità, ci mancherebbe il contrario, e come in ogni migrazione da quando esse sono cominciate nella storia del mondo, che ancora per secoli le ospiterà poiché migrare è un fenomeno fisiologico di determinati periodi e determinati luoghi, l’errore inteso come errore penale può essere uno degli effetti collaterali. Parola a Kento: “Non vorrei esagerare in spiegazioni retoriche a prescindere, perché nelle carceri minorili trascorro molto, molto tempo, provando a condividere momenti e percorsi con i ragazzini grazie al rap, creando canzoni, aiutando chi ha talento, chi ha volontà, chi se lo merita, ad avere un primo contatto con le case discografiche; le carceri sono luoghi dove abbondano professionalità elevate, competenze, giornate che si svolgono tra sacrifici e fatica vera, la fatica reale della vita reale, il che ovviamente non nega l’oggettivo e diffuso stato critico delle strutture: ci sono adolescenti detenuti che trascorrono l’inverno in celle con finestre aperte, prive di ante, insieme a periodi di grandi caldo dove nelle stesse celle è quasi fisicamente impossibile stare, figurarsi dormire. Dopodiché esiste, sempre a mio modestissimo avviso, la necessità di potenziare il dibattito su quale misura davvero sia utile per aiutare i ragazzini, visto che si insiste nel parlare di “ri-educare”, di “re-inserire”, queste parole qui, e si delega tutto quanto al carcere... Dopodiché io sto, sempre, dalla parte di Caino: c’è stata una vittima, nessuno lo nega, ci sono stati delitti efferati, ci sono state tragedie disumane, ma se ti accanisci contro il responsabile di un delitto perdi anche lui. È questo che vogliamo? Non prendiamoci in giro: sapere che i colpevoli vengono chiusi lì dentro ci permette di stare tranquilli, di sapere il mostro rinchiuso e incapace dunque di commettere un nuovo delitto, di avere la consapevolezza che, stando egli chiuso e rinchiuso, noi possiamo vivere in pace. La durezza contro il reo è una finta durezza”.
Droga, soldi e insonnia - Kento è dapprima un musicista. Lo sappiamo. L’abbiamo menzionato subito all’inizio. Domanda: ma per quale motivo tutti questi testi con dentro la droga, il sesso sguaiato, e poi le solite noiose esistenze da nottambuli, e risse, pestaggi, agguati, ubriacature, soldi facili, soldi spacciando, soldi rubando, soldi su soldi, montagne di soldi, paccate di soldi, e le sofferenze, le ferite che tanto non si rimarginano mai? “Quando i giovani detenuti leggono questi testi, ridono di gusto. Basta aver conosciuto un briciolo di vita di strada per capire come questi rapper, nella maggioranza dei casi, scrivano cose che ignorano, e avanzino di fantasia, di luoghi comuni... Stesso discorso credo valga per l’intera fascia degli adolescenti, abbiano o non abbiano commesso reati, abbiano esistenze iniziate nella marginalità o nella comoda dimensione del ceto medio per salire verso la piccola borghesia... I ragazzini sanno benissimo che tutto quello che viene cantato non ha alcuna aderenza con la realtà dei medesimi cantanti; semmai le canzoni possono esercitare un certo fascino, un richiamo, sui più piccoli ancora, quelli delle scuole medie, i dodicenni, che anzi da queste narrazioni possono venire travolti, e serve tanta attenzione”. Kento, lo spazio a disposizione c’impone, purtroppo, d’andare a conclusione: cosa ci siamo dimenticati? “La grande crescita di ragazzini con problemi psichiatrici e il grande uso, o abuso, di farmaci. Un altro argomento che merita discussione”.











