di Irene Famà
La Stampa, 22 marzo 2023
A Torino all’Hiroshima il concerto di Francesco Carlo: la sua musica nasce dal laboratorio con i ragazzi detenuti, “Porto sul palcoscenico le loro vite e pure le storie di criminali (in)vincibili”. “Se tutti gli ostacoli all’uguaglianza sostanziale fossero rimossi, le carceri minorili sarebbero vuote”. Kento nome da rapper, Francesco Carlo all’anagrafe, propone una sfida. Che nasce nei penitenziari per ragazzi con il laboratorio “Crisi come opportunità” e approda venerdì a Biennale Democrazia, nell’evento “Ai confini della libertà”.
Parlare di libertà in un carcere minorile non è una contraddizione?
“Le rispondo con una serie di domande che sono solito porre ai ragazzi. A loro dico che sono in carcere, ma la mente è libera. E chiedo cosa fanno per alimentare questa libertà. C’è chi mi risponde con lo sport, la musica, l’arte. E questa riflessione, mi creda, vale per tutti”.
Anche per chi sta fuori?
“Soprattutto per chi sta fuori. Quali gabbie ci impone la società? E quali ci imponiamo? Le gabbie mentali sono più stringenti di quelle fisiche”.
Alla libertà dovremmo esercitarci tutti. L’ha imparato nei laboratori nelle carceri minorili?
“Ho incontrato giovani detenuti di Roma, Airola, Santa Maria Capua Vetere, Catania, Catanzaro, Acireale, Torino e altri: è stato e continua ad essere un percorso arricchente anche per me. Non è possibile lavorare in carcere e non porsi domande”.
Portare il rap dietro le sbarre. Come si fa?
“Il rap è efficace. Prima di tutto non devo spiegare ai ragazzi di cosa si tratta, già lo sanno. E non mi servono strumenti, un impianto audio. Mi basta un pc e una cassa. E, cosa più importante, non serve saper leggere o scrivere”.
Basta pensare? Vivere?
“Alcuni ragazzi sono analfabeti eppure fanno ottimo rap. Un sedicenne che ho incontrato reppa in tre lingue e ne conosce cinque. Le ha imparate in strada ed è analfabeta in tutte e cinque. Sa perché?”.
Mi dica...
“Perché nessuno si è mai seduto vicino a lui a insegnargli qualcosa, a valorizzarlo”.
La diffusione della criminalità giovanile è responsabilità degli adulti?
“I ragazzi riflettono i disvalori della società che è ferocemente consumista, superficiale e sessista”.
Spesso si dice che il rap è diseducativo. Che ne pensa?
“Il rap è uno specchio realistico della società. Una delle cose che in carcere mi ha stupito e sorpreso è la speranza che questi giovani hanno del futuro. Tutti dicono che tra 10 o 15 anni vogliono essere sposati, dei bravi papà, avere un lavoro e una casa. Descrivono la famiglia del Mulino Bianco ed è spiazzante, desiderano ciò che a loro è mancato. A questi pensieri danno forma con il rap”.
Cosa cantano?
“La loro vita e i legami con l’esterno. In ogni laboratorio c’è sempre qualcuno che sta in disparte e ti guarda con aria criminale, come se volesse accoltellarti. Poi si avvicina e ti chiede di aiutarlo a scrivere una canzone per la sua ragazza che sta fuori, ma non deve saperlo nessuno. E quando gli chiedi com’è lei, ti risponde sempre che è bellissima”.
Quali valori si possono trasmettere con la musica?
“Le faccio un esempio. Ho conosciuto un adolescente molto bravo a fare rap, ma i suoi testi raccontavano tutti di criminali invincibili. Gli ho fatto notare che un’etichetta discografica difficilmente gli avrebbe fatto un contratto. Perché gli invincibili sono antipatici, come Gastone. E soprattutto non esistono. Nessuno è invincibile. Allora ha scritto un testo che raccontava sì di un criminale, ma al quale una ragazza spezzava il cuore”.
Come rapportarsi ai ragazzi?
“Parlando di meno e ascoltando di più”.
Porterà i loro testi venerdì all’Hiroshima, con il concerto “Portami là fuori. Rap fuori le s(barre)”...
“Ho grandi aspettative per quest’evento, e una grande ammirazione per Torino, che con l’hip hop ha sempre avuto un legame particolare, dai tempi in cui nel cortile del Regio c’erano i primi breaker. Torino città magica non è un luogo comune. È davvero così”.










