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di Eleonora Chioda

La Stampa, 10 agosto 2025

Nicolò Govoni, 32 anni, cresciuto a Cremona, bocciato due volte a scuola, vive in Kenya dove ha fondato la prima scuola al mondo certificata IB in una delle baraccopoli più difficili dell’Africa. Attivista, imprenditore sociale, fondatore di Still I Rise, Govoni ha costruito un modello educativo gratuito e d’eccellenza per i bambini più poveri. “Cambiare il mondo si può. Basta smettere di chiedere il permesso” dice. Ha fondato una scuola rivoluzionaria nel cuore di Mathare, una delle baraccopoli più difficili e sovraffollate dell’Africa, alla periferia di Nairobi, in Kenya. La prima scuola al mondo certificata IB (International Baccalaureate) nata in un contesto simile. Istruzione d’eccellenza che ovunque è privata e riservata a chi può pagare migliaia di dollari. Qui è gratuita e aperta a bambini profughi ed emarginati.

Nicolò Govoni, ha 32 anni, vive e lavora in Kenya da cinque. La certificazione IB è arrivata ad aprile 2024. Pochi giorni fa è stato invitato dal Vaticano a parlare davanti a oltre 40mila giovani provenienti da tutto il mondo in Piazza San Pietro, al Giubileo. Il suo appello: “Siate sovversivi, abbiate speranza”. Una storia che sembra un film. Di Cremona, adolescente ribelle e senza paura del rischio, a scuola viene bocciato due volte. “Mi ero quasi arreso, da adolescente, all’eventualità di non fare nulla nella vita”. A vent’anni, dopo aver letto Shantaram, il romanzo cult di Gregory David Roberts, parte per l’India. Zaino in spalla, dentro delusioni e desideri confusi. “Sono fuggito in India senza obiettivi né piani se non cercare me stesso”. Ed è proprio lì, in un orfanotrofio sperduto, che incontra un bambino, Anthony, e un sistema sbagliato che lo segneranno per sempre.

Non è un missionario, non è un prete: Govoni è un imprenditore sociale, attivista, scrittore. Nel 2018 ha fondato Still I Rise, un’organizzazione no profit che offre gratuitamente istruzione di eccellenza ai bambini più vulnerabili, con un duplice approccio educativo che in alcuni Paesi prevede il prestigioso percorso IB. “Siamo i primi al mondo”. Sei le scuole già aperte, oltre a quella in Kenya: Grecia, Siria, Congo, Yemen, Colombia. “Quello che facciamo è democratizzare un’istruzione che fino a poco fa era considerata per l’élite: solo lo 0,1% dei bambini del mondo ha accesso a un’istruzione di eccellenza. Gli altri devono accontentarsi delle briciole”.

Negli ultimi mesi la sua storia è diventata anche un documentario prodotto da Groenlandia e Rai Cinema. Non voluto dalla grande distribuzione e partito in sordina a fine giugno, School of Life sta diventando il più visto tra i documentari. “Ci hanno snobbato e abbiamo fatto di tutto per conquistarci un posto al sole”. Govoni sui social ha una community pazzesca. Su Instagram, nella bio del profilo, scrive: “When you’re going to change the world, don’t ask for permission”.

A Nairobi c’è la scuola di punta dell’organizzazione. “Ottenere la certificazione è stata la cosa più difficile e più bella della mia vita. Un percorso lungo: per tre anni non abbiamo superato l’ispezione. Nel 2019 avevamo fatto questa grande promessa: riusciremo a democratizzare il baccalaureato internazionale. Tutto girava intorno a quella promessa. Se non fossimo riusciti, la nostra esistenza non avrebbe avuto più senso”. Poi aggiunge: “Nel mondo esistono circa 4.258 scuole certificate IB. In Italia le scuole IB sono 44, tra cui l’American School of Milan, la Marymount, la St. Louis, l’International School of Turin e quella di Bologna. In Kenya siamo in sette a offrire il programma IB, ma le nostre “cugine” arrivano a costare fino a 37 mila dollari l’anno”.

Come si costruisce una scuola IB nel cuore di una baraccopoli? “Non possiamo competere sulle infrastrutture: le altre hanno quasi sempre piscine olimpioniche, campi da tennis, edifici enormi. Né possiamo competere sulla preparazione di partenza: accogliamo studenti di 9 anni che spesso hanno un livello di prima elementare. Ma c’è una cosa in cui siamo molto forti: la cultura scolastica. Ed è quella che ha convinto gli ispettori a darci l’accreditamento IB. Ogni persona che lavora a Still I Rise, dagli insegnanti ai cuochi, dai bidelli ai guardiani notturni, sa perché è lì. Sappiamo qual è il nostro mandato. Camminiamo tutti nella stessa direzione. I nostri studenti sanno cosa significa, “cambiare il mondo”. Prima di entrare ogni docente deve affrontare, solo il primo anno, 100 ore di formazione. “Abbiamo codificato tutto: cosa significa disciplina, cosa si intende per progetto individuale, come comportarsi in ogni situazione”, racconta. “Le regole sono create insieme a studenti e insegnanti, riviste ogni anno da un comitato. È un processo partecipativo che fa sentire tutti parte della scuola”. 13 i valori fondamentali. “Il più importante per me è il coraggio. Che per noi significa saper mettere la collettività prima di noi stessi. Se puoi scegliere tra qualcosa che fa bene a te e qualcosa che fa bene a tanti, il tanti viene sempre prima”.

Per Govoni tutto si impara. Tutto può essere insegnato. “Quello che noi facciamo non è carità, è un investimento. Noi stiamo replicando qualcosa che già c’è, rendendolo gratuito. È un servizio che esiste, noi gli cambiamo la natura elitaria rendendolo accessibile a bambini molto svantaggiati”. Sul sito si legge che il 100% delle donazioni viene devoluto a programmi e attività e lo 0% ai costi di gestione e raccolta. “Dal 2024 abbiamo potuto applicare il modello 100% grazie al supporto di una fondazione familiare”

Rewind. In quel primo viaggio in India, a 20 anni, Govoni vede da vicino il mondo del volontariato e inizia a guardarlo con spirito critico. “Mi sono reso conto che c’è una macchina dietro al volontariato, per cui tu paghi 1.200 euro e vieni mandato a fare come esperienza qualcosa che non sai fare, senza essere formato. Mi sono ritrovato immerso in una realtà pazzesca, un orfanatrofio, senza essere pronto. E come spesso accade in questi contesti, si creano dei legami molto forti con i bambini dell’orfanotrofio e che così quando riparti si sentono abbandonati per una seconda volta. Anthony era distrutto da questa separazione e io mi sentivo la causa del suo dolore. Sono rientrato, mi è partito l’embolo (dice proprio così ndr) e mi sono detto: ‘devo a tutti i costi rimediare a questo danno.’ Decide così di ripartire per l’India, si iscrive alla Symbiosis University, a Pune, si laurea in giornalismo. “E ogni tanto andavo a trovare Anthony”.

Dopo 4 anni torna a Cremona, è luglio 2017. Ha un piano: frequentare un master in relazioni internazionali a New York. “La mia laurea coincideva con l’inizio dell’università di Anthony: lui aveva ormai 18 anni e un ciclo si stava concludendo. Potevo tornare”. Ma quando rientra in Italia, si ritrova profondamente cambiato. A Cremona in quell’agosto inizia a cercare una fellowship per il master, ma non arriva. “Ero in un limbo. In India mi ero appassionato alle tematiche di migrazione e quel tempo la crisi migratoria con la C maiuscola era in Siria. Ho iniziato a mandare richieste in giro, e sono finito a Samos in Grecia a fine agosto”.

Arrivato, Govoni rimane folgorato. “Non ci credevo che sul suolo europeo esistesse un campo profughi simile. Una struttura fatta per 650 persone che in alcuni momenti aveva circa 8.000 persone imprigionate con disagi incredibili. Sono rimasto sei mesi, rimandando continuamente il master, la mia famiglia era molto perplessa. Ero un volontario, senza un reddito, sopravvivevo con i pochissimi risparmi. Lì ho conosciuto Giulia e Sara e nove mesi dopo insieme abbiamo fondato insieme “Still I Rise” e aperto la prima scuola. Era una scuola di emergenza. L’abbiamo chiama MAZI, che in greco significa insieme”. La scuola resterà aperta dal 2018 al 2022: “Dopo anni di interrogazioni parlamentari e il coinvolgimento della Corte Europea, Giulia è riuscita a far chiudere quel che era il campo profughi originale con la collaborazione anche di altre organizzazioni operative sull’isola. E lo scorso anno la Corte Europea dei diritti dell’uomo ha condannato la Grecia per le condizioni di quel luogo a Samos”.

Govoni ha incontrato Papa Francesco. “Abbiamo parlato di inquietudine e di educazione. Credo che ad aprile in Sud Sudan, un paese cattolico ma anche un osso duro, mi abbia in qualche modo salvato la vita: sono fermato da alcuni militari, quasi minacciato. Un mio collega ha fatto vedere loro la mia foto con Papa Francesco, che era mancato da poco, dicendo: “erano amici”. E il clima è cambiato”

La paura? Sembra non conoscerla. “Non ho paura per la mia incolumità fisica. Ho paura di fallire. Di non essere all’altezza. Le cose cominciano a diventare grandi. Abbiamo 150 dipendenti, persone con contratto di lavoro, l’anno scorso abbiamo raccolto 3,5 milioni di euro. Ho le paure di un leader che sta imparando a fare il leader, che fa tanti errori e quando li fa non li paga da solo, ma mette a rischio tutti”.

La lezione più dura? La Turchia. “Doveva essere la prima scuola internazionale di Still I Rise, il fiore all’occhiello con il Baccalaureato. Ma si è trasformata in un fallimento. Ci siamo trovati catapultati in un contesto opaco, con dinamiche politiche e strutturali difficili da decifrare. Siamo finiti in un sistema dove la linea tra governo e interessi privati era troppo sottile. Otto mesi infernali, sotto pressioni crescenti da quella che in Italia chiameremmo criminalità organizzata. E ciò ci ha portato a una scelta netta: levare le tende e non aprire la scuola. Ammettere il fallimento è stata una prova durissima, pensavo di aver perso la fiducia di tutti, ma lo abbiamo fatto in modo trasparente. E invece è stata una lezione enorme: le persone si fidano se dici loro la verità”.

Negli anni Govoni ha superato tante avversità. “Mi sono però convinto di una cosa: quando mi succede qualcosa di brutto, di spiacevole, la mia domanda è sempre: ‘perché doveva accadere?’ Cos’è che l’universo, Dio, la vita, l’esistenza mi vuole far capire?” Le cose accadono perché devono accadere. E se succede è perché ti devono insegnare qualcosa”.

La sua posizione nei confronti della scuola tradizionale è critica. Se gli chiedi cos’è per lui, risponde: “Qui divento cinico”. E aggiunge: “La scuola è un luogo in cui si cresce, in cui si diventa di più di quello che si è quando si è entrati. La scuola deve costruire, non distruggere. Ma troppo spesso accade il contrario. Vedo bambini spegnersi tra dinamiche tossiche, competizioni sterili, ostilità con gli insegnanti. La scuola dovrebbe infondere speranza, non spegnerla. Io credo nella scuola pubblica. Ma deve essere all’altezza del compito”. Poi spiega: “Lo Stato italiano investe circa 9.000 euro l’anno per studente: parliamo di un investimento e come tale deve generare un ritorno, altrimenti è uno spreco. La scuola dovrebbe formarti per il futuro. Deve creare cittadini che in qualche modo aiuteranno poi il Paese a diventare più prospero. La scuola deve educare alla speranza, all’ottimismo. Se i docenti non hanno fiducia nel futuro, dovrebbero essere messi fuori. Non bastano le nozioni, serve una formazione del carattere, bisogna lavorare sulla tenacia, sull’autostima, sull’autorealizzazione. La scuola, intesa come Sistema, a me ha tolto. Ero un bambino creativo, curioso. Alle elementari mi piaceva perfino la matematica. Poi l’ho odiata, perché è stata svuotata di significato, insegnata in modo asettico, sradicato dalla realtà. A scuola ho avuto una sola fortuna: quella di incontrare la mia professoressa d’italiano, Nicoletta, una scheggia luminosa in un sistema che tende a marginalizzare chi ama davvero gli studenti. Infondere ottimismo e speranza serve a farti muovere: se sei pessimista, sei immobile”.

Lui ottimista lo è. “Abbiamo mille motivi per essere ottimisti. Il mondo sta migliorando e non è una bugia bianca. È meno povero di vent’anni fa, meno violento, anche se stiamo vivendo guerre importanti, più istruito, l’accesso alla sanità è più diffuso. Non è vero che i sogni non si possono realizzare, non è vero che bisogna fare quei 10-15 lavori che ti danno reddito e gli altri non valgono nulla. Si può fare dei propri talenti la propria vita”.

E come in ogni storia forte, c’è uno Ying e uno Yang. Govoni ha anche dei detrattori che gli rinfacciano troppa esposizione. “Io non mi fermo, continuo a raccontare quello che facciamo per garantire la trasparenza con i nostri sostenitori e raccogliere fondi per i nostri progetti”. “Oggi sogno di farmi una famiglia, adottare anche un bambino bisognoso, e aprire altre scuole d’eccellenza dedicate a loro. Ne abbiamo tre in cantiere: Sud Sudan, India e Italia. Sì, anche in Italia una scuola così avrebbe molto senso. Darebbe una scossa a un sistema stagnante”.