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di Irene Soave

La Lettura - Corriere della Sera, 5 marzo 2023

Coronata da 99 cupole bianche, avvolta da una gabbia metallica, la Biblioteca nazionale è un simbolo del Kosovo: nelle intenzioni dell’architetto doveva fare convivere elementi ottomani e ortodossi, cioè albanesi e serbi. Era il 1944. Per i visitatori - perlopiù millennial nel circuito del turismo alternativo - è un gioiello brutalista da instagrammare; per gli abitanti di Pristina, capitale dal 2008 dell’ex provincia serba ora repubblica, dove “convivenza” vale “tensioni”, un ambizioso pasticcio.

Contiene mezzo milione di libri; una stanza al piano terra con due bandiere a stelle e strisce è la “sezione Usa” e odora già di polvere. Tra le “novità” una guida ai migliori college americani, datata 2014; una pila di manuali insegnano a scegliersi un percorso di studi, progettare una carriera, avere successo. Arduo, nel Paese più inoccupato d’Europa, dove il Pil procapite sfiora i 5 mila dollari l’anno: il passaporto dei kosovari - 1,8 milioni, metà dei quali sotto i 25 anni - non permette di uscire dai Balcani. La liberalizzazione dei visti almeno per l’area Schengen è stata posticipata già tre volte: burocrazia europea. La gabbia attorno all’edificio sembra più che metaforica.

Il viaggio in Kosovo de “la Lettura” si è svolto quest’estate, quando Pristina ha ospitato per cento giorni la “biennale nomade” di arti visive e interventi urbanistici Manifesta, organizzata tra gli altri dall’architetto torinese Carlo Ratti.

Solo un treno al giorno, da Belgrado a Skopje, passa per l’unico binario della stazione di Pristina; ci si arriva in corriera, da Zurigo o da Prizren o da Tirana, o in aereo; dal 2021 è meglio evitare i valichi al confine - che Belgrado chiama “linea amministrativa” - con la Serbia, perché la “crisi delle targhe” tra i due Paesi provoca lunghe code quando non blocchi stradali, quando non sparatorie.

Da settembre 2021 il governo kosovaro vieta di circolare alle auto con targa serba. Belgrado continua a emettere targhe serbe con sigle di città del Kosovo: la Serbia non riconosce come Stato la sua ex provincia, e sostiene le proteste dei serbi del Kosovo, che periodicamente bloccano le strade o sparano alle forze Nato. I serbi chiedono anche che le dieci enclave kosovare a maggioranza serba, 120 mila abitanti, possano unirsi in una Comunità come sancito a Bruxelles (2013). Il governo di Pristina nicchia: sono già abbastanza autonome, hanno allacci abusivi di luce e acqua, sono protette da 3.700 soldati Nato, che vogliono ancora? Dall’estate la crisi si è aggravata: 600 impiegati dei comuni a maggioranza serba si sono dimessi per protesta. Negli scontri che ne sono seguiti, uno è stato ucciso.

L’auto de “la Lettura” attraversa nel diluvio il confine montano dal Montenegro, 4 ore e 44 minuti di curve sulla R5R106 da Rozaje a Pec tra pini neri, latifoglie secolari, baratri senza guard-rail. Tra i tornanti potrebbe benissimo spuntare l’insegna di Sumor, villaggio immaginario dove la scrittrice Elvira Mujcic, 40 anni, ha ambientato il suo romanzo La buona condotta, appena uscito per Crocetti. A Sumor, 1.362 abitanti albanesi e 1.177 serbi, un sindaco serbo “che detesta il conflitto” amministra cercando la concordia. Non è abbastanza. Il governo di Belgrado manda un agitatore a soffiare sul nazionalismo dei paesani.

Bosniaca, “mi piacerebbe dire jugoslava ma è anacronistico”, fuggita ragazzina da Srebrenica, dove il genocidio ha ucciso suo padre, Mujcic racconta cercando, nonostante tutto, “equidistanza”. “La buona condotta si ispira a una storia vera di convivenza. La racconta un documentario italiano di qualche anno fa, Kosovo vs. Kosovo. Ho scelto una storia kosovara perché la situazione è vicina a quella che ho vissuto in Bosnia. Ma spostarla mi permetteva di indagare con più distacco i meccanismi del nazionalismo che hanno investito la mia vita, i modi in cui questo odio appare all’improvviso nella vita delle persone. Come se non ci fosse più responsabilità individuale”. La crisi tra Kosovo e Serbia è anche una crisi di burocrazie. “La burocrazia è un’arma. Sulla viabilità di un Paese minuscolo di cui non importa niente a nessuno ci si incaglia a Bruxelles da mesi: questo dice che gli attori in campo sono ben più grandi”.

L’auto attraversa Novo Selo, 1.500 abitanti. Nel 1485 qui vivevano, sotto gli ottomani, trenta famiglie cristiane e un pope. Oggi solo albanesi. Sosta per un burek (sfoglia tipica dei Balcani) a Pec, 95 mila abitanti, che fu la prima sede della Chiesa ortodossa in terra slava. A dicembre 2022, poche settimane dopo il nostro passaggio, il patriarca metropolita serbo Porfirije tenterà di raggiungere l’ex sede storica della sua chiesa, Pec, e sarà respinto. Questo basterà a Belgrado per minacciare di inviare l’esercito.

Le ostilità però non esplodono, vengono rinviate a febbraio; il 17 si è celebrato il 15° anniversario dell’indipendenza. Lunedì 27 a Bruxelles il più alto diplomatico della Ue, Josep Borrell, ha annunciato un nuovo accordo per la “normalizzazione” dei rapporti. Di fronte a lui Aleksandar Vucic, presidente serbo (e in gioventù portavoce di Slobodan Milosevic) e Albin Kurti, premier del Kosovo (e in gioventù detenuto a lungo come nazionalista), hanno firmato. Non si sa come sarà messo in pratica. L’Unione Europea, a cui la Serbia è candidata ad aderire dal 2009, preme di fatto perché Belgrado riconosca il Kosovo. Ma nella stessa Ue sono cinque gli Stati a non riconoscerlo: Spagna, Romania, Slovacchia, Cipro e Grecia. D’altra parte il Cremlino non riconosce il Kosovo, come non lo riconosce Pechino. E sostiene Belgrado a gran voce sin dall’insediamento, nel 2021, dell’attuale governo di Pristina, di sinistra e antiserbo.

“Destabilizzano i Balcani per destabilizzare l’Europa”, ha detto la presidente kosovara Vjosa Osmani, che a dicembre ha chiesto che il Paese potesse candidarsi a entrare nella Ue. La Ue però, continua Mujcic, “manca di coraggio. Stalli nelle procedure d’ammissione, procedure kafkiane per i visti, ipocrisia sulla rotta dei migranti. I Balcani sono così secondari per la comunità internazionale che quando è scoppiata la guerra in Ucraina si diceva: è la prima in Europa da 70 anni. Non è un lapsus, è una posizione”.

Ancora un’immagine dal viaggio di quest’estate. Si arriva a Pristina nel buio, è ora di cena. Una gigantografia di Bill Clinton su un palazzo apre uno dei bulvar, i viali della capitale. La città brulica di visitatori ma i ristoranti sono semivuoti. Lo struscio sui viali, gratuito, si chiama korza. È il gioco di società nazionale.

La mattina, visita al Grand Hotel Pristina, costruito nel 1978 e ora infestato di scarafaggi: è il cuore della biennale, 13 piani allestiti con opere di artisti kosovari. Un’installazione sugli Stati autoproclamati: oltre al Kosovo, l’Ossezia del Sud, la Transnistria, l’Abkhazia, il Nagorno-Karabakh. Cinque focolai legati a Mosca, tutti in recrudescenza (per gli analisti: riflesso del conflitto russo-ucraino). Al quarto piano la suite di Tito con moquette rossa, coperte di ciniglia, sofà in pelle. Prima della guerra del 1999, ci dormiva Arkan.

Ibrahim Sadiku è uno dei “mediatori” che guidano il pubblico, spiegando il contesto storico, culturale, emotivo dietro le opere. “Tito ci aveva colonizzati”, dice, e il plurale è improprio: ha 25 anni, il dittatore è morto nel 1980. Così è la nostalgia. “Ma ci ha dato università, strade, industrie. Il passaporto jugoslavo ti portava ovunque; il mio”, e la voce gli si incrina per la rabbia, “quasi da nessuna parte”.

Un’installazione video dura 62 minuti, si finisce per guardarli tutti: l’artista Marta Popivoda ha montato decine di filmati di grandi folle dal 1945 al 2000. Cortei jugoslavi contro il re, giochi sovietici, parate militari, curve di ultrà serbi. “In quest’epoca di nazionalismi e individualismo”, recita il libretto in tre lingue che accompagna la visione, “non c’è qualcosa da salvare del collettivismo? Come abbiamo potuto abbandonare così in fretta quel tipo di società?”. E una domanda implicita, che suona retorica: “Quindici anni dopo, l’indipendenza com’è andata?”.