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di Fabio Tonacci

La Repubblica, 3 agosto 2022

I carabinieri italiani della Kfor sorvegliano il viadotto dopo gli scontri esplosi domenica tra serbi e albanesi a causa dell’entrata in vigore di nuove norme sulle targhe automobilistiche e i documenti di identità che hanno riacceso il confronto tra le due comunità nemiche. In ogni famiglia tante armi.

Quando mancano cinque minuti all’una, sul ponte degli italiani si sentono tre colpi di fucile e un muezzin che chiama alla preghiera. La moschea è nella parte sud, a maggioranza albanese. Gli spari provengono dai quartieri serbi a nord, oltre il fiume Ibar che taglia in due la città di Mitrovica. “Tranquilli, è normale”, sorride uno dei tre carabinieri di guardia al versante serbo. “Accade spesso, staranno festeggiando qualcosa, forse un matrimonio, forse un compleanno. In Kosovo tutti hanno i fucili sotto il letto…”. Di armi nascoste ce ne sono tante, in effetti. Dicono almeno trecentomila. In ogni famiglia kosovara c’è qualcuno che ne ha almeno una, risalente ai tempi della guerra alla fine degli anni Novanta. Motivo per cui quando da queste parti la gente blocca le strade e tira su barricate, è faccenda da prendere tremendamente sul serio.

Mitrovica è la Berlino dei Balcani. La città più grande del Kosovo settentrionale è spezzata in due: centomila abitanti, di cui quindicimila di etnia serba che vivono di là dall’Ibar. I rivoltosi che domenica hanno isolato i valichi di confine a Jarnije e Brnjak mettendo di traverso i camion e sparando contro la polizia, provenivano quasi tutti dai quartieri nord.

“Erano armati e davvero pronti alla battaglia”, racconta Srdjan Simonovich, 46 anni, un kosovaro serbo che fuma appoggiato alla balaustra del ponte, mentre osserva il livello troppo basso dell’acqua del fiume. Si occupa di sicurezza per molte organizzazioni internazionali. C’era, quattro giorni fa. Sa di cosa parla. “Se il premier Albin Kurti alla fine non avesse posticipato a settembre l’entrata in vigore dei due provvedimenti sulle targhe automobilistiche e sui documenti di identità, la situazione sarebbe sfuggita di mano. Un nuovo conflitto, sì. E non la chiamerei ribellione, piuttosto una misura necessaria per proteggere ciò che abbiamo”.

Il ponte che unisce le due zone è presidiato h24 dai carabinieri: il ministero della Difesa ne ha mandati qui 140, fanno parte del contingente italiano della missione di peacekeeping della Nato. È chiuso al traffico, si può attraversare soltanto a piedi o in bicicletta. Gli italiani in divisa si danno il cambio ogni sei ore. La mattina arriva un ragazzino di nome Granit che non ha altri posti dove andare e che loro aiutano come possono: una maglia, un paio di scarpe, un po’ di soldi, una mostrina coi gradi da colonnello che Granit mostra con orgoglio. Sotto la macchina, si ripara dal sole un’altra mascotte involontaria: il cane Pluto.

Srdjan Simonovich si accende un’altra sigaretta. “Accadrà qualcosa di brutto entro uno o due mesi, se Kurti non ritira i provvedimenti. I serbi torneranno per strada. Non ci siamo dimenticati dei tremila sfollati a cui il governo di Pristina dal 2004 impedisce di tornare a casa, non vogliamo fare la loro fine”.

I nostri militari sono ben visti dai locali, perché fanno collette e le portano a chi abita nei villaggi più sperduti, dove si arriva solo arrampicandosi su strade sterrate. Sì, qualche giovane serbo talvolta passa e gli fa il segno delle tre dita, il simbolo patriottico della vittoria ritenuto offensivo dagli albanesi, ma insomma, poca roba per il ponte di Mitrovica, teatro, durante la guerra degli scontri più sanguinosi. Divenne poi un check-point militare e fu ristrutturato nel 2001 coi soldi del governo francese.

È raro vedere una città cambiare connotati così profondamente nell’arco di una passeggiata di pochi secondi. La parte albanese, musulmana, è più moderna: palazzi alti costruiti grazie a investimenti di società svizzere, infrastrutture pagate coi fondi Nato e dal governo di Pristina, moschee e ristoranti affollati. La statua del nazionalista albanese Isa Boletini che guarda severo i blocchi di cemento posti all’ingresso del ponte. Di là, cambia tutto. Anche il nome della città, che diventa Kosovska Mitrovica. Gli edifici si impoveriscono, architettura socialista invecchiata male. Al posto delle moschee, chiese ortodosse. Uno striscione: “Benvenuti nella comunità delle municipalità serbe” davanti alla statua di Tsar Lazar, il principe cristiano eroe nazionale che fu ucciso nel 1389 nella battaglia della Piana dei Merli per tentare di fermare l’avanzata degli ottomani. Bandiere della Serbia ovunque, sui muri volantini che invitano a boicottare l’ordine di Kurti di sostiture le targhe con quelle kosovare. Sugli scaffali delle farmacie si trovano medicine di contrabbando fatte arrivare da Belgrado e Raska. Circolano macchine con gli adesivi bianchi sulle targhe, a coprire lo stemma dello stato di Belgrado.

Nella piccola redazione di Kossev, sito indipendente di informazione, la direttrice Tatjana Lazarevi? è alle prese con i postumi di un attacco hacker. “Sono preoccupata - ragiona - Se la Nato o l’amabasciata Usa lasciano Kurti e la controparte fare ciò che vogliono, a settembre scoppierà un nuovo conflitto. Ci siamo molto vicini, guardi...”. Gira il monitor del suo portatile verso di noi. Leggiamo l’ultima dichiarazione della presidente della Repubblica del Kosovo Vjosa Osmani. “La Serbia, aiutata e controllata dalla Russia, sta volutamente causando l’escalation della tensione nei Balcani”.