di Sara Gentile*
Il Domani, 30 aprile 2026
La presidenza Trump corre sul binario di una violenza inaudita: una violenza del linguaggio e degli atti, normalizzata e presentata come l’unico mezzo per garantire ordine e sicurezza quando invece è proprio essa a produrre caos ed insicurezza. Oggi l’America è una democrazia in pericolo: deve usare tutti gli anticorpi di cui dispone per proteggersi. Gli spari di un individuo durante il pranzo di gala della stampa americana il 25 aprile scorso, al Washington Hilton, a Washington, cui per la prima volta partecipava Donald Trump, ha sollevato tensione e preoccupazione nel mondo politico ben al di là del fatto specifico, oltre che l’inizio di un dibattito sull’esplodere di questa violenza.
Non sono ancora chiari tutti i risvolti del gesto, anche se il presidente ha colto l’occasione per affermare che si è trattato di un attentato alla sua persona come è accaduto ad altri presidenti come Lincoln che hanno realizzato politiche grandi. Da lì la conclusione: “Io ho molto cambiato questo paese e a molti questo non piace”. Fatto sta che l’episodio suscita altre riflessioni sul crescere della violenza politica che sempre più si manifesta in diversi sistemi occidentali nei quali la democrazia è minacciata o in sistemi autoritari del passato e del presente. La presidenza Trump, la seconda soprattutto, si è aperta e continua a proseguire sul binario di una violenza inaudita: violenza del linguaggio fuori dalle regole elementari del decoro istituzionale e violenza delle azioni, come l’uso del corpo dell’Ice per reprimere e uccidere qualunque cittadino caduto nella trappola del sospetto o che sia dissidente. La mediazione di Re Carlo con Trump funziona, ma l’audio dell’ambasciatore imbarazza Questo, fra gli altri fattori, è l’elemento principale che scatena la spirale della violenza come unica arma nell’arena politica e nella società dissolvendo il comune senso di convivenza, ma soprattutto distruggendo la fiducia nelle istituzioni in larghi strati della popolazione, anche fra i sostenitori di Trump, caduti ormai dall’altalena dei sogni Maga.
Negli Usa vi è una tradizione di violenza politica da non trascurare, in una realtà polarizzata, con una forte concentrazione del potere, se pensiamo che già negli anni Sessanta del Novecento, periodo di avvenimenti drammatici, la violenza politica esplode; sono di quegli anni gli omicidi del presidente John Fitzgerald Kennedy, di Malcolm X, del leader neonazista George Lincoln Rockwell, di Martin Luther King Jr e di Robert Fitzgerald Kennedy. Ciò che si produce, pertanto, è una sorta di banalizzazione della violenza, che viene per così dire normalizzata e presentata come l’unico mezzo per garantire ordine e sicurezza quando invece è proprio essa a produrre caos ed insicurezza. È avvenuto nei regimi autoritari in genere, come quelli fioriti fra gli anni Venti e Quaranta del Novecento in Italia e in Germania dove sono avvenuti attentati contro i capi di quei regimi ricorsi alla violenza di ogni tipo (i dissidenti fatti sparire da Mussolini e da Hitler da squadracce o corpi speciali ai loro ordini); ma questo può verificarsi in democrazia quando in una società polarizzata si attuano scelte e comportamenti di chi governa improntati alla concentrazione del potere e al dispregio di qualunque limite al potere medesimo. La guerra va male e Vance attacca Hegseth: così il cerchio magico di Trump va in pezzi È quello che avviene oggi sotto i nostri occhi, facendoci apparire complicata e lontana l’uscita dal tunnel nel quale ci troviamo.
Ed è questa la spirale della violenza poiché tanta ne spandi, usurpando i diritti, calpestando le regole, e altrettanta ne ricevi da individui isolati o da organizzazioni o gruppi che via via si formano oggi con l’ausilio di mezzi telematici prima impensabili. La banalizzazione della violenza porta con sé una degradazione del linguaggio usato che produce due effetti contrastanti ma strettamente intrecciati. Infatti da un lato il linguaggio di Trump che oscilla fra il cinismo e la spavalderia come sull’Iran (“un’intera civiltà morirà”) produce uno shock nel dibattito pubblico, dall’altro ci si abitua ad esso quasi fosse una smargiassata fuori misura come il cappello con visiera che va bene per i ventenni in libera uscita ma diventa grottesco sul viso di un presidente non giovane, non gaio ma col cipiglio prepotente e minaccioso.
L’addio finale al secolo americano, è questa l’eredità perversa di Trump In questi tempi bui non è inutile tornare all’abate Emmanuel-Joseph Sieyès, personaggio geniale e controverso che alla vigilia della Rivoluzione francese pubblica l’importante, breve pamphlet Qu’est-ce que le Tiers-État? (Cos’è il Terzo Stato?) in cui definisce un concetto fondamentale anche oggi: la sovranità non è del re ma della nazione (il popolo), la legge deve essere uguale per tutti e i privilegi sono contrari alla libertà di un paese. Tutto ciò colpiva il potere dell’ancien régime nella Francia delle monarchie assolute e ridefiniva l’alfabeto politico. Oggi l’America è una democrazia in pericolo se non in recessione, come alcuni sostengono, e pur non avendo conosciuto le monarchie deve senza indugio usare tutti gli anticorpi di cui dispone per proteggersi da un autocrate seppure eletto.
*Politologa










