sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Gianfranco Pellegrino*

Il Domani, 20 giugno 2025

Ammettere il primo come regolamentato dalla Corte senza aprire alla seconda è arbitrario e discriminatorio. Significa discriminare fra chi può deglutire e chi no, fra chi conserva un minimo di mobilità nel proprio corpo e chi no. Una discriminazione odiosa, perché aggiunge mancanza di rispetto alla situazione penosa di chi vive in condizioni insopportabili. La Corte costituzionale ha stabilito che il suicidio assistito non è reato se praticato da chi, dopo verifica del servizio sanitario nazionale, risulti affetto da malattia irreversibile, sia in preda a sofferenze fisiche o psicologiche insopportabili e tenuto in vita da trattamenti medici o altri sostegni e sia cosciente e capace di decidere. Queste sentenze, però, non si estendono all’eutanasia attiva, in cui il trattamento sia somministrato dal medico, perché il paziente non è in grado di farlo da solo.

Una paziente che non può ingerire farmaci perché paralizzata dal collo in giù ha chiesto al Tribunale di Firenze di sollevare questione di legittimità costituzionale sull’art. 579 del codice penale, secondo cui un medico che la aiutasse sarebbe colpevole di omicidio del consenziente. L’udienza si terrà il prossimo 8 luglio. La sentenza potrebbe arrivare prima della discussione in Senato su questa materia, il 17 luglio. Il governo sta preparando un disegno di legge che cerca di limitare l’applicazione delle sentenze della Corte, insistendo sulle cure palliative e affidando a un Comitato etico di nomina governativa, invece che al SSN, le decisioni per stabilire chi può accedere al suicidio assistito.

Per molti, la differenza fra suicidio assistito ed eutanasia attiva è una barriera insuperabile e ci sono argomentazioni potenti che suggeriscono di non oltrepassarla. Per la Chiesa anche il suicidio assistito come regolamentato dalla Corte è troppo. Si dice che l’eutanasia attiva va contro la deontologia medica: i dottori non possono uccidere.

Questo dovere è più forte del dovere di alleviare le sofferenze dei pazienti. Se così fosse, i medici potrebbero praticare accanimento terapeutico, cioè infliggere sofferenze (anche non volute) ai pazienti pur di prolungarne anche di poco la vita. È ovvio invece che i medici abbiano il dovere principale di alleviare le sofferenze dei loro pazienti, anche quando l’unica maniera di farlo sia interromperne l’esistenza.

Si dice che legalizzare l’eutanasia porterebbe ad abusi, a medici che uccidono i propri pazienti per interessi sinistri. Ma non ci sono prove empiriche che nei paesi dove l’eutanasia attiva è legale siano aumentati gli abusi. Di mille cose si può abusare: delle armi, della libertà di correre rischi, e così via. Per evitare gli abusi non serve proibire: serve stabilire con leggi chiare i confini di quel che si può fare.

Si dice che l’intenzione di uccidere è sempre malvagia e la vita sempre sacra. Per pazienti che si trovano nelle condizioni stabilite dalla Corte e non possano suicidarsi, meglio usare cure palliative aspettando la morte naturale. Da secoli nessuno muore più di morte naturale. Il momento e le modalità della nostra morte sono influenzati da tutte le tecnologie che abbiamo utilizzato per curarci e per dare forma al nostro corpo. Inoltre, che differenza passa fra lasciare che una persona compia l’ultimo passo per darsi la morte, aiutandolo ad arrivare sin lì, e compiere quest’ultimo passo per lei, quando il consenso e l’autonomia siano autentici oltre ogni ragionevole dubbio?

Ammettere il suicidio assistito come regolamentato dalla Corte senza aprire, anche se in condizioni molto controllate, all’eutanasia attiva è arbitrario e discriminatorio. Significa discriminare fra chi può deglutire e chi no, fra chi conserva un minimo di mobilità nel proprio corpo e chi no. Una discriminazione odiosa, perché aggiunge mancanza di rispetto alla situazione penosa di chi vive in condizioni insopportabili. Il principio di eguaglianza stabilito nella Costituzione italiana dovrebbe valere anche in questi casi.

Chi non vuole più continuare una vita di sofferenze insopportabili non può essere costretto a vivere solo perché la stessa malattia che l’ha portato in quelle condizioni gli rende impossibile liberarsi. Non si può affidare al caso la dignità e l’autonomia delle persone. Che la Corte riconosca questo principio aiuterebbe il Parlamento a dare una legge civile ed organica sul fine vita al nostro Paese. La possibilità di vivere con dignità, senza dolori insopportabili: questo è il diritto di ogni essere umano.

*Filosofo