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di Angelo Ferracuti

Il Manifesto, 3 luglio 2025

Così come aveva già fatto in “Grande Karma, Vite di Carlo Coccioli”, Alessandro Raveggi anche in “Continuate ciò che è giusto” (Bompiani, 2025) rivisita con originalità la forma della biografia narrativa, introducendo elementi d’invenzione che volutamente scansano la cronologia e l’aneddotica. Il libro indaga la storia politica ed esistenziale di una delle figure più eccentriche e affascinanti della nuova sinistra italiana, Alexander Langer, morto suicida a 49 anni a Firenze il 3 luglio del 1995, una figura oggi quasi completamente estinta, quella del militante politico novecentesco, che qui diventa una biografia collettiva e “d’ascesi materiale”.

Guidato come molti attivisti della sua generazione da un motto illuminante di Teresa di Lisieux, come il pensiero ostinato di tutta la nuova sinistra italiana, piccola ma una volta lontana da un sentimento minoritario - “Tu non conti niente, ma devi agire come se tutto dipendesse da te” - di origini ebree, vissuto nella diaspora altoatesina, cattolico allievo di Don Lorenzo Milani, Ivan Illich, e militante di Lotta Continua, fu uno dei fondatori del partito dei Verdi, europarlamentare e figura della complessità. Raveggi come dicevo non si affida solo alle ricerche d’archivio e alle testimonianze come accade nelle biografie, che comunque compaiono nei corsivi memoriali (quelle dei suoi compagni di via di Goffredo Fofi, Enrico Deaglio, Adriano Sofri, tra gli altri) ma recupera le parole scritte dal personaggio uomo della sua narrazione, percorre la strada frontale del racconto interiore e dell’esplorazione, perché vuole “entrare nella sua vita”, ma anche “viverla quasi mineralmente”, creare un ponte tra quella memoria del passato e il presente per “fare ancora”, produrre senso, pensiero, trasformazione.

Il suo intento principale è riportare Langer al presente, rendere la sua storia viva, intrecciando la vicenda umana dell’intellettuale non riconciliato alla sua, quella di una generazione segnata dai crolli: “Il crollo delle Torri gemelle nel settembre del 2001 e il crollo del corpo di Carlo Giuliani, nel luglio dello stesso anno, il crollo ideale delle pareti della scuola Diaz, quando bastò una manciata di mesi, di botte, di sangue per cancellare il sogno dei meravigliosi anni duemila”. E siccome Langer è una figura composita che “viaggia in molte forme” per riavvicinarsi alla sua vicenda esistenziale, va a cercarlo nei luoghi della vita, va al Pian dei giullari dove si è impiccato a un albero di albicocco, prende il treno che da Firenze lo portava in Alto Adige a Vipiteno, andare a Bolzano gli serve per ricongiungersi alla storia travagliata di quella terra di confine, scoprire così le radici di un mondo a parte, incontra sua moglie Valeria che “ritesse” insieme a lui la Firenze di Alex, un altro luogo cruciale della sua vita. Racconta gli anni vertiginosi dell’impegno e dell’esperienza dell’Isolotto, la pastorale di don Milani, che poi travasa nella lotta politica: “Lui non aveva che tempo per essere utile agli altri”, con queste parole lo ritrae la sua compagna.

La figura di Langer dopo l’eclisse dell’intellettuale e la fine della politica ci appare invece più che mai come qualcosa che manca e che sarebbe estremamente preziosa per questi tempi inquieti, nel libro emergono il pensiero e l’azione di un uomo che anticipò alcuni temi fondamentali della contemporaneità, a cominciare dalla convivenza e il dialogo interetnico nella sua Bolzano, quelli dell’ambientalismo, della dialettica tra nord e sud del mondo, ma anche della pace e la nonviolenza. Già quarant’anni fa vide nella figura di Chico Mendez e nella lotta dei popoli indigeni dell’Amazzonia, come nella deforestazione, un caso emblematico dell’aggressione capitalistica alla foresta anche come fatto simbolico (è del 1988 un suo articolo su L’Espresso intitolato “Delitto nella foresta”).

Quindi ben venga questo libro che ne indaga l’inafferrabile e complessa profondità e visione, quella di un uomo che, come ha scritto Adriano Sofri, “scriveva dovunque, in treno soprattutto, rubando il tempo al sonno, e sempre in ritardo, in fretta e furia, e con una destinazione urgente”.

ALex, il “povero grande ragazzo”, cercava nella sua infaticabile militanza “un antidoto contro il narcisismo”, quindi quello che un altro rigoroso intellettuale d’impegno civile, Gianfranco Bettin, chiamava “metodo Langer” sarebbe una cura efficace per molti scrittori, intellettuali e politici di oggi per uscire dall’egotismo stucchevole dell’io e tornare nel campo aperto della lotta politica dentro il noi collettivo.