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di Jacopo Storni

Corriere della Sera, 16 dicembre 2022

Aveva 25 anni, era stato adottato che aveva solo un anno e mezzo. I genitori Angela e Antonello: “Aveva rapinato una farmacia perché cercava i suoi psicofarmaci. Era bipolare. Non avrebbero dovuto rinchiuderlo”. Nei primi 10 mesi del 2022 sono morti così 74 detenuti, 35 più dell’anno scorso.

Quando ha compiuto 18 anni, come primo viaggio è andato a Castel Volturno. Centro chilometri di macchina per cercare la madre biologica, senza dirlo ai genitori adottivi. Quando è arrivato, ha scoperto che sua madre era una ragazza di strada con problemi di dipendenze. Ha scoperto di essere nato in una clinica dove è rimasto per i primi quaranta giorni di vita, dimenticato dalla mamma che se ne era andata e l’aveva abbandonato. Ha scoperto che sua madre si chiamava Fatima, così almeno gli avevano detto, e quel nome se l’è tatuato sull’avambraccio.

Giovanni Cirillo è cresciuto così, l’ombra delle radici che non gli ha dato mai tregua. L’istinto di fuggire, forse da sé stesso, dal suo passato di dolore, dal presente a cui sentiva di non appartenere completamente. In perenne ricerca della sua identità. Giovanni si è suicidato nel carcere di Salerno il 26 luglio 2020. Aveva 25 anni. Sguardo dolce e ardente insieme. Anima alla deriva. Aveva già tentato di togliersi la vita quando era in libertà. Era andato alla stazione e stava per buttarsi sotto un treno in corsa. Un passo indietro all’ultimo tuffo, poi la corsa disperata in mezzo alla città, alla fine la rapina in gioielleria. Così è stato arrestato. Soffriva di bipolarità, la sua malattia era certificata. Quando era in carcere, aveva chiesto il trasferimento in una clinica psichiatrica. Gli era stato negato, allora aveva cominciato lo sciopero della fame, della sete e, soprattutto, degli psicofarmaci. Poi non ha più retto. E si è ucciso. L’hanno trovato in cella col lenzuolo attorno al collo. “Lo Stato ha ucciso mio figlio” dice la madre adottiva Angela Di Somma. Non si dà pace, come suo padre Antonello Cirillo: “Il carcere dovrebbe essere un luogo di riabilitazione, invece il carcere è un luogo di morte”.

Uno dei tanti suicidi tra le sbarre: uno ogni quattro giorni nel 2022. Nei primi dieci mesi di quest’anno sono stati 74 i suicidi in carcere, 35 in più rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Sul caso Cirillo è in corso un’indagine della Procura. “Mio figlio doveva usufruire dell’alta sorveglianza, gli agenti avrebbero dovuto controllarlo ogni venti minuti”. La disposizione del servizio, secondo l’ipotesi del magistrato, “non fu mai eseguita non risultando annotata nel registro di reparto di detenzione né il 24 luglio, né nei giorni successivi”. Secondo i genitori “Giovanni non doveva e non poteva stare in carcere, c’erano perizie psichiatriche che appuravano la sua incompatibilità con il regime carcerario, tutto ciò è stato ignorato”.

Sono passati due anni, ma nella casa di Angela e Antonello tutto parla ancora del figlio. Le pareti piene di foto: c’è Giovanni alla recita di scuola, ha 10 ed è vestito da diavolo; Giovanni che ride di fronte alla torta della prima comunione; Giovanni col padre in riva al mare, agosto 98, Cirò Marina; Giovanni a 5 anni che fa l’albero di Natale con la mamma. Poi Giovanni cresce. Quel giorno verso Castel Volturno, alla ricerca di una madre mai conosciuta, forse Giovanni ha ripensato al suo passato. Alla sua storia di tormento.

Tormento ed estasi, così ha vissuto la sua vita estrema. “Questo ci consola” raccontano i genitori “perché nostro figlio ha vissuto ogni giorno come fosse l’ultimo”. Aveva un mese e mezzo quando fu adottato e portato via da quella clinica sul litorale domizio. “Eravamo sposati da tre anni, non riuscivamo ad avere figli e nacque l’idea dell’adozione”. Il destino li porta in quella clinica. Amore a prima vista. Tornano a casa insieme a lui. Si chiamava col nome che gli aveva dato la madre: Mohamed Andrea. La pelle nera, origini somale.

“Abbiamo vissuto a Scafati, paesino di pochi abitanti in provincia di Salerno. Quando nostro figlio era nel passeggino, le altre mamme sottolineavano il colore della sua pelle”. Erano parole affettuose, ma non sempre Giovanni le viveva con gioia. Quelle parole, a volte, rimarcavano la sua diversità e lui soffriva. Così pure nei primi anni di calcio. “I giocatori dell’altra squadra lo chiamavano straniero, lui però si sentiva italiano”.

Qualcuno lo chiamava “negro”. Ha vissuto un’infanzia felice, ma nell’adolescenza qualcosa si spezza. E comincia a bere. E poi a usare sostanze. Un baratro fulmineo, nel cuore della maturità. Però la musica prova a salvarlo. Diventa rapper. Scrive canzoni, sfoga frustrazioni. I suoi testi sono rivelazioni: “Ho fatto sempre il massimo, non è servito a niente, per lo Stato sono un parassita”. Nelle sue canzoni emerge il senso di fallimento, il non sentirsi accettato: “Ricordo i pianti in treno col cappuccio in testa, le cuffie e la playlist, mi sentivo una merda”.

Talvolta Giovanni era inaffidabile. Fissava gli appuntamenti ma li bucava, doveva suonare alle serate ma non ci andava. Eppure era ricercato dalle case discografiche. Scriveva testi che andavano forte, ma quando arrivava il momento di fare sul serio, si tirava indietro. Come se avesse paura di sé stesso. Era eccentrico, l’adrenalina nelle vene. Era un vulcano, ma a volte si bruciava con la sua stessa lava. Amato da tanti, euforico all’improvviso e il minuto dopo disperato.