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di Vincenzo Scalia

Il Manifesto, 22 luglio 2026

Il nuovo decreto sicurezza approvato dal governo rappresenta un ulteriore salto di qualità per l’ideologia e la pratica securitaria. Se prima si parlava di zone rosse, ovvero di aree della città da interdire a specifici soggetti e gruppi sociali considerati disfunzionali, oggi, si potrebbe dire, siamo passati agli individui e ai gruppi rossi. Gli interventi precedenti sulla sicurezza erano focalizzati sul mantenimento del decoro in aree specifiche, quelle destinate al loisir e al consumo di massa. Adesso si punta ad agire sulle persone, sulle modalità di aggregazione, trasversalmente ai luoghi. Il cerchio si chiude: quattro anni fa, il biglietto da visita del nuovo esecutivo, fu il decreto anti-rave. L’agorafobia, o l’idiosincrasia verso la socialità spontanea e l’aggregazione, denotano l’identità di un esecutivo logorato da lotte intestine e sconfitte referendarie.

Si cerca di quantificare la minaccia, fissando in quattro o cinque il numero di persone individuabili come portatori di minaccia potenziale o effettiva. Sarebbe interessante capire secondo quale criterio tre persone sono innocue, una o due in più diventano una minaccia. Inoltre, non viene specificato il metro qualificante dei comportamenti molesti, minacciosi o violenti. L’esecutivo è in confusione, e lo sa bene. Quindi propone uno spettro ampio, all’interno del quale, la discrezionalità delle forze dell’ordine, potrà dispiegarsi in tutta la sua discrezionalità, operando fermi preventivi e deferendo i fermati al questore.

La responsabilità penale, per le leggi italiane, è personale. Ma di questo aspetto, al governo, come dei principi cardine dello Stato di diritto, non sembra importare molto. Come dimostra il divieto, per chi ha avuto precedenti penali, di radunarsi con una o più delle stesse persone. Si tratta di una grave invasione della sfera privata, filtrata da criteri lombrosiani. Chi ha infranto la legge una volta, anche se ha scontato la sua pena, diventa portatore di uno stigma che lo accompagnerà tutta la vita, in quanto naturalmente propenso a delinquere.

Un altro aspetto da mettere in rilievo riguarda il riconoscimento implicito, da parte del governo Meloni, del ruolo che alcuni settori della macchina mediatica svolgono nella costruzione del consenso elettorale. Si introducono le aggravanti verso chi minaccia o commette atti di violenza contro i giornalisti nell’esercizio delle loro funzioni, anche della loro “libertà morale”. Appare evidente l’intenzione di tutelare certe trasmissioni televisive e testate giornalistiche che, dietro il paravento dell’inchiesta, catalizzano il risentimento verso migranti, rom, senzatetto, sex-workers, attivisti.

Provocando reazioni talvolta sconsiderate, ma che spesso sono il frutto dell’esasperazione nei confronti del linciaggio morale di cui si è oggetto da parte di una macchina mediatica sempre meno interessata all’informazione ma sempre più rivolta a costruire ed enfatizzare la domanda di legge ed ordine. Infine, la possibilità di procedere d’ufficio nel caso di lesioni personali lievi ai danni delle forze dell’ordine, oltre ad ampliare ulteriormente lo scudo penale, trasuda di tentativo disperato di frenare la tracimazione dei consensi elettorali in direzione di Futuro Nazionale da parte delle forze dell’ordine. Si cerca di puntellare in tutti i modi una maggioranza che ormai fa acqua da tutte le parti. Lo si fa, ancora una volta, ai danni delle libertà civili. E dire che la sconfitta al referendum, i franchi tiratori, le piazze piene degli ultimi mesi, dovrebbero avere insegnato alla premier che quattro anni di securitarismo non hanno reso. Sarebbe il caso di cominciare a prenderne atto. Per archiviare il securitarismo.