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di Francesco Petrelli*

Il Dubbio, 6 maggio 2026

Il dibattito sulla magistratura riapre il nodo del Csm: per il magistrato in pensione le correnti hanno reagito, ma resta il problema strutturale. La giustizia è materia incandescente. Se una mancata riforma costituzionale, in ogni altro contesto, si limita a confermare lo status quo, al contrario, dopo lo scampato pericolo, il potere giudiziario rivendica a sé tutto lo spazio disponibile. Si riappropria degli spazi che erano stati strategicamente abbandonati. La materia surriscaldata dal conflitto, anziché raffreddarsi, esonda e preme da ogni lato, in una sorta di incontenibile reazione a catena. Anche l’insostenibile sistema correntizio del quale ogni componente della magistratura riconosceva l’urgente necessità di riforma, dopo un attimo di smarrimento, sembra riacquistare decisamente quota.

Secondo il dottor Bruti Liberati, infatti, “dalle degenerazioni del “correntismo” emerse nelle vicende del 2019, sono passati oltre sei anni” e “l’attenzione deve rimanere sempre alta, ma la reazione vi è stata e netta”. Quale sia stata e in cosa sia consistita non viene detto. Si immagina pertanto una risposta tutta interiore di tipo morale, sufficiente, tuttavia, a recidere magicamente il condizionante vincolo di mandato fra elettori ed eletti, senza bisogno di toccare il sistema.

Secondo le “statistiche” citate da Bruti Liberati, le correnti si erano infatti già autoriformate fornendo ampia dimostrazione di un recuperato equilibrio tale da consentire al Csm scelte unanimi nell’ottanta per cento dei casi. Peccato che quei dati riguardassero posti non particolarmente ambìti, e che non appena le nomine hanno toccato Procure o nomi di riguardo (come il presidente o il vicepresidente della Cassazione) tali equilibri siano subito saltati, e le correnti siano tornate a far sentire il loro formidabile peso.

Ma anche questo, secondo il dottor Bruti Liberati, sarebbe un buon segnale di “persistente vitalità”: se “il Csm si spacca, non è necessariamente dovuto a logiche di schieramento, ma semplicemente a diverse legittime visioni sulla scelta, tra i candidati, della persona più adatta a dirigere quell’ufficio”. La qualità è dunque incredibilmente e spontaneamente tornata a essere l’unica bussola delle nomine.

Questa “buona novella” assume cadenze idilliache laddove si ricorda come “le “correnti” dell’Anm sono nient’altro che libere, trasparenti associazioni di magistrati che si formano sulla condivisione di una concezione del sistema giustizia e delle riforme da proporre”. Non si comprende davvero come un sistema costruito su basi così perfette possa aver subito una tanto “inaccettabile” - nelle parole del Presidente Mattarella - degenerazione, e cosa sia inavvertitamente sfuggito alla trasparente condivisione di quella poliedrica visione del sistema giustizia.

La verità è quella che abbiamo sottolineato più volte: la degenerazione non è stata affatto il risultato di un momentaneo slittamento etico delimitato al solo annus horribilis del 2019, ma l’esito tanto risalente quanto inevitabile della politicizzazione dell’organo di garanzia.

Se è infatti vero che “in tutti i paesi europei esistono associazioni di magistrati e quasi sempre più di una” e anche che “queste concorrono alle elezioni dei vari consigli superiori o Consigli di giustizia”, è anche vero che in nessun caso accade che tali organi siano presidiati interamente, così come accade nel nostro Paese, da correnti politicizzate. Il fatto stesso che nel tempo - dal 1975 in poi - si siano susseguiti ben otto tentativi di riforma del sistema elettorale del Csm, volti a ridurre il fenomeno del correntismo, sta a significare che la degenerazione non ha natura etica ma è il risultato di una impossibile equilibrata convivenza fra l’organo di garanzia della magistratura e la sua pretesa rappresentanza politica.

Tuttavia, anziché confrontarsi con questo problema strutturale, il dottor Bruti Liberati sottolinea piuttosto il fallimento di quelle riforme che si sono susseguite nel tempo al fine di “ridurre il peso delle correnti”, ma che hanno “ottenuto il risultato opposto”. Un fallimento che non viene quindi attribuito all’incapacità del legislatore o alle resistenze interne della magistratura, ma proprio alla natura velleitaria della pretesa di ridurre l’incidenza delle correnti sul governo della magistratura. Come a dire: questa è l’unica realtà e verità possibile e non vi illudete di poterla cambiare.

Si tratta di una chiusura pericolosa che non trova riscontro neppure all’interno della magistratura, almeno fra chi ragiona nella consapevolezza di non poter risolvere la contraddizione fra organo di governo e organo di rappresentanza negandone l’esistenza. E illudendosi, magari, che una nuova edificante narrazione post-referendaria delle correnti sia sufficiente a risolverne i mali. Come scrive, tuttavia, Maurizio Catino, “la creazione di “capri espiatori”, senza realizzare modifiche di sistema, assicura soltanto che gli attori continueranno a comportarsi come facevano in precedenza, senza che l’organizzazione apprenda in modo virtuoso dagli eventi occorsi”. Qui la fucina post-referendaria è, tuttavia, andata oltre: dalla semplice esorcizzazione del male, si è passati direttamente alla santificazione sempiterna del contesto che lo aveva prodotto.

*Presidente UCPI