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di Mattia Feltri

La Stampa, 12 maggio 2026

L’abbiamo scritto un milione di volte qual è il malcostume della stampa italiana, molto solerte nel riportare gli arresti, gli avvisi di garanzia, le ipotesi d’accusa, già dedita in modo più intermittente all’andamento dei processi, decisamente distratta nel dare notizia di archiviazioni e assoluzioni. E cioè: grande spazio quando sei nei guai, e nessuno spazio quando ne esci. La soluzione suggerita da Enrico Costa (capogruppo di Forza Italia alla Camera), con una legge che sarà votata lunedì e che impone ai direttori di assegnare agli innocenti la stessa rilevanza che ebbero da indagati o da imputati, è motivata dalle migliori intenzioni, ma è vittima della solita pretesa italiana di introdurre per legge i buoni comportamenti.

L’imposizione arriverà dal garante della privacy, qualora il giornale non abbia provveduto di propria iniziativa, nemmeno dopo la sollecitazione del diretto interessato. E se nulla cambia, il garante infligge una multa di qualche decina di migliaia di euro. A me fa impressione che un’idea del genere sia venuta a uno come Costa, uno dei pochi con una cultura liberale. Ordinare a un direttore che cosa deve pubblicare, e con quale portata, significa non avere compreso la libertà di stampa, e cioè la libertà di decidere in piena autonomia che cosa è meritevole di essere pubblicato, purché non sia diffamatorio, e che cosa non lo è. Lo Stato interviene se quello che si pubblica infrange la legge, non se quello che non si pubblica infrange la morale. Credere di rendere i giornali e i cittadini migliori con una prescrizione di codice è un affare da ayatollah.