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di Cecilia Gabrielli

 

Il Dubbio, 19 novembre 2020

 

Gentile direttore e redazione tutta, vi ringrazio per il lavoro di informazione che garantite col vostro giornale e soprattutto per la rubrica "Lettere dal carcere", perché la lettera è l'unica finestra autentica attraverso un confine di muri, blindati e cancelli. Sono stata istigata a scrivere dall'utile articolo del 14 novembre riguardo l'esplosione dei contagi in carcere, per raccontare esperienza e sensazioni che spero possano servire.

Devo premettere che io ho conosciuto il carcere duro e l'ergastolo ostativo perché sono responsabile del Circolo della Lettura di Roma e una sera di sette anni fa presentavo un romanzo che raccontava la storia di un fine pena mai, ma non potevo intervistare l'autore e protagonista. Così gli ho scritto e sono stata risucchiata in un legame e in un'esperienza di autenticità senza paragoni. A distanza di sette anni sono diventata, a dire solo il meno che qui rileva, il tutore legale di quell'uomo incontrato tra le pagine e ho l'autorizzazione di penetrare il varco inaccessibile una volta al mese per pochissime ore.

Questo non accade, ovviamente, dal 10 febbraio scorso, in alcuni periodi per i divieti, nel resto del tempo perché ci è sembrato doveroso contribuire con la nostra rinuncia ai rischi di diffusione del contagio, per essere parte dello sforzo collettivo rivolto a vincere una sfida senza precedenti per le nostre generazioni in un'ottica di solidarietà sociale.

Un giorno di giugno di due anni fa, dunque molto tempo prima che la pandemia cominciasse, in un tempo normale, dopo essermi messa in viaggio all'alba come di consueto, per raggiungere un carcere di massima sicurezza del Settentrione, giunta allo sportello dell'ufficio colloqui, mi sono scontrata con la faccia stupita del personale che mi informava che "il detenuto" - entità amorfa e indistinta in cui tutti i reclusi vengono inglobati - era in ospedale da diversi giorni. Ma come non è stata avvisata?

Ora, io so che è arduo, ma provate solo per pochi secondi a immaginare come possa essere, tentate di figurarvi se accadesse a voi con qualcuno a cui volete bene. Io ho perso le parole, fatto per me davvero insolito. La mia mente dondolava fra due pareti: la preoccupazione per le ragioni del ricovero e l'ansia di doverlo comunicare a sua madre, che è anziana e malata.

Mentre andavo e venivo su questa altalena senza respiro, una guardia ha sottolineato che il ricovero era programmato da tempo, che era strano che nessuno lo sapesse, che era impossibile che nessuno ci avesse telefonato a noi fuori. Bisogna capire cosa s'intende nel codice penitenziario con "programmare", gli spiego, perché c'era un intervento per il quale aspettava di essere chiamato da dieci anni circa, ma ormai avevamo perso le speranze.

Nessuno sapeva nulla. Torno a tacere, sono francamente triste, confrontarsi con il "carcere" toglie le forze, annienta, perché è un'impresa quasi sempre inutile. Per fortuna in quel momento io davanti a me ho avuto persone, non solo regole e istituzioni, è stato il personale stesso a fare in modo che avessi subito, pur per pochissimi minuti, un colloquio in ospedale, per rasserenarmi e tranquillizzare a mia volta. Insomma io ho incontrato gli esseri umani e con umanità sono stata aiutata perché c'erano i presupposti per farlo (autorizzazioni, turni compatibili, etc.). Se così non fosse stato, sarei tornata a Roma dopo un viaggio a vuoto, ma carica di dispiacere e preoccupazione.

Dopo qualche mese è seguito un nuovo ricovero, è arrivata la consueta telefonata asettica, immediatamente successiva al trasferimento, in cui si viene informati che il detenuto è stato ricoverato per un fatto programmato e niente più. Leggo ora nell'articolo citato a monte che i familiari hanno diritto a ricevere informazioni quotidiane sulle condizioni di salute. Davvero esiste una norma che dispone in tal senso? Dopo dieci giorni, l'unica informazione che abbiamo ricevuto è stata grazie a una parente in visita a un suo congiunto, che ci faceva sapere che l'intervento era riuscito e le dimissioni prossime. Punto.

Queste sono le condizioni che si avverano, tra le intercapedini delle norme d'acciaio. Condizioni ulteriormente sconvolte dall'arrivo della pandemia. Ora anche i liberi sono stati privati della loro capacità di programmare, il loro tempo è divenuto una moneta indisponibile, proprio come avviene in carcere in condizioni sociali fisiologiche. Certo chi conosce la reclusione e i gironi più duri non può che sorridere di questo paragone, fatto è che la riduzione della libertà dei "giusti e buoni" si è tradotta inevitabilmente in un aggravamento della reclusione dei prigionieri veri.

Ci indigniamo per l'impossibilità di accompagnare i congiunti nel decorso della malattia, ma l'impossibilità per i detenuti c'è sempre stata e ora ne risulta aggravata come si potrà immaginare. Chi volete che abbia tempo di occuparsi di informare e di garantire le comunicazioni minime fra un malato detenuto e i suoi familiari, in un momento in cui il sistema è in corto circuito manifesto per tutti?

Quello che vorrei che venisse fuori da questo breve racconto è far capire che in carcere la burocrazia e i meccanismi automatici spersonalizzati sono mastodontici. Vengono ingigantiti dal legislatore per ragioni di sicurezza e prevenzione, per lasciare il meno possibile alla discrezionalità del singolo e proteggerlo così dai rischi conseguenti a una vera responsabilità decisionale. Eppure è quello stesso personale che si ritrova ingabbiato a un certo punto in regole e divieti che lo costringono ad agire contro buonsenso. Le istituzioni penitenziarie devono curare la malattia sociale, non possono essere un rullo che asfalta l'umanità e schiaccia le persone come il cemento.