di Paolo Mancuso
La Repubblica, 7 maggio 2019
"Belve" tuona il cardinale Sepe, ai killer di piazza Nazionale; "medioevo della sicurezza" definisce la situazione napoletana il procuratore nazionale antimafia Cafiero de Raho; "è una guerra", è l'analisi di Isaia Sales: tre persone che sanno quello che dicono, che conoscono Napoli, la sua antropologia, la sua criminalità, la sua condizione umana. Ma allora, se di guerra si tratta, se dall'altra parte c'è un vero e proprio nemico, sappiamo tutti che al fronte si possono decidere le battaglie, ma non è lì che si decidono le sorti di una guerra.
Le sorti di una guerra le decidono le retrovie: la capacità produttiva del Paese, lo spirito del suo popolo, la fiducia nella sua classe dirigente, la saggezza del suo governo. E allora, fuor di metafora, ben vengano più poliziotti, (non più esercito, per l'amor di Dio: mi domando cosa avverrà quando un soldato vedrà una scena come quella di piazza Nazionale: sparerà fra la folla? Rimarrà inerte? O quando un ragazzotto, arma in pugno, attratto da quella di un soldato... ma lasciamo stare).
Ben vengano telecamere, moderne tecnologie di controllo, interventi di attacco sperimentati in altri tempi, quali quelli delle perquisizioni "di caseggiato", invocati sempre da Cafiero. Serviranno ai magistrati, alle squadre mobili della polizia, ai nuclei investigativi dei carabinieri e della Finanza per migliorare la loro già straordinaria capacità d'intervento, dimostrata dai fermi che hanno già fatto seguito, dopo pochi giorni, alle sparatorie di piazza Plebiscito o di San Giovanni. Ma ormai lo sappiamo, non è lì che si vince la guerra.
E il primo a non capirlo è proprio il nostro ineffabile ministro dell'Interno quando, dopo il grave ferimento della piccola Noemi, afferma "sto pregando per la bimba napoletana che è finita dove non doveva. I camorristi si ammazzino tra di loro senza rompere le palle alle persone che non c'entrano". A prescindere dalla considerazione che la bimba era esattamente dove "doveva" essere, cioè in un piccolo parco giochi a due passi dal cuore della Giustizia napoletana, il suo esibito cinismo porta Salvini fuori strada, quando fa intendere che ci possano essere morti "buoni" e morti "cattivi".
Intendiamoci, possono esserci, e ci sono, persone innocenti colpite per errore o per vendetta, e le ricordiamo con dolore e commozione, una per una, E ci possono essere, e ci sono, criminali colpiti per vendetta o per "farsi largo". Ma non possiamo non pensare che ogni morte è una tragedia: possiamo avere graduatorie istintive nel nostro cuore, ma la nostra mente deve tenere presente questo: che ogni morte è una tragedia.
Non possiamo ignorare che ogni morte "colpevole" porta con sé una striscia di sangue che significa la miseria di una famiglia, figli che crescono con il desiderio della vendetta ed il mito della violenza, degrado civile, rivalità per prendere il posto lasciato vacante da chi è caduto, e così via. Il sangue chiama sangue. Ferito un suo gregario, forse che il clan Rinaldi non avrà la forza di rimpiazzarlo, ed a sua volta andare ad aggredire quello dei Mazzarella, in un gioco antico e perverso, cui farà seguito la faccia pulita e severa della repressione?
Ma non è così, lo diciamo da tempo, magistrati, forze dell'ordine, intellettuali, preti, insegnanti, non è così che si vince la guerra: il lavoro da fare è nelle retrovie. Più difficile, molto più difficile, occorrerà spiegarlo alla rozzezza delle parole di quel nostro ministro, ma anche all'inerzia, alla passività, all'inconcludenza dei nostri governanti.
Il lavoro da fare è altro: è nelle nostre strade, dove deve ricostruirsi un clima di rispetto delle regole ormai desueto, nei nostri ospedali, dove devono ricostruirsi rapporti di fiducie fra paziente e medico, nelle nostre istituzioni, dove chi ha la responsabilità dei territori (Comune, Città metropolitana o Regione che sia) ha il dovere di unire le proprie forze e mostrare ai cittadini un'azione connessa, efficace e coerente, ma soprattutto nelle nostre scuole, dove va curata la disaffezione e l'abbandono dei giovani, e dove i nostri insegnanti devo sentire accanto a loro la fiducia e la vicinanza nostra, di tutti i cittadini, nel lavoro duro e coraggioso che svolgono quotidianamente.
Una fiducia ed una vicinanza che si dovranno esprimere, da domani ancor più di oggi, non solo a parole, ma con azioni di volontariato, di partecipazione, di collaborazione a tutte ed a ciascuna delle iniziative che i nostri insegnanti, tanto più nelle "aree di frontiera", mettono ogni giorno in campo. E con il riconoscimento sociale e politico del loro ruolo e di quello della cultura: di quella cultura, e in questo caso della cultura della legalità, che essi sono chiamati a rappresentare ed a trasmettere ai giovani. Sola azione decisiva per vincere "la guerra".









