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di Antonio Nastasio*

bergamonews.it, 25 ottobre 2024

Lettera aperta. Signor Presidente della Repubblica, mi rivolgo a Lei con profondo rispetto e altrettanta preoccupazione per quanto sta accadendo all’interno del sistema carcerario italiano. Quello che emerge è un quadro drammatico, e la Sua autorevolezza e profonda umanità e verso il dolore che in esso si concretizza, è ormai l’unica speranza per promuovere un cambiamento reale e profondo in un contesto che non può più essere ignorato. Un contesto da 30 anni privo di una propria politica detentiva del come custodire, optando di essere solo a rimorchio delle varie

richieste sindacali. Il 1° ottobre scorso, un evento che ha il sapore di una vera e propria “Caporetto” si è consumato tra le mura delle nostre carceri: non una fuga di detenuti, ma degli operatori della custodia.

Lo attesta il concorso per allievi agenti del Corpo di Polizia Penitenziaria, riservato sia a esterni che a chi già lavora dietro le sbarre ma non è ancora di ruolo, ha registrato un’assenza massiccia, quasi incredibile. Su 1.541 posti disponibili, per il personale interno non di ruolo (1.156 uomini e 385 donne), solo 443 domande sono state inoltrate, appena un quarto rispetto al previsto. Il dato assume contorni ancora più sconvolgenti se confrontato con le candidature degli esterni: per i 1.027 posti disponibili (770 uomini e 257 donne), le domande hanno superato abbondantemente le disponibilità, con 1.708 uomini e 1.140 donne idonei (da gNews Ministero della Giustizia).

Questo fenomeno non è solo un campanello d’allarme, ma un grido disperato che proviene da chi vive quotidianamente il carcere come agente di sezione detentiva. Quello che emerge da questi numeri è una “grande fuga” non dalle carceri, ma dal ruolo di chi vive e opera nelle sezioni detentive a contatto diretto coi detenuti. Un messaggio inequivocabile: gli agenti non di ruolo che hanno operato nelle sezioni a contatto coi detenuti, non vuole che diventi una “condanna permanente”. È il rifiuto cosciente di chi ha vissuto dall’interno l’esperienza di operare in un ambiente che, per chi lo conosce, si è trasformato in un incubo, lontano dal mandato enunciato.

Le ragioni di questo esodo collettivo sono tante e profonde. Prima fra tutte, l’insostenibilità delle condizioni operative. Le carceri italiane soffrono da anni di un cronico sovraffollamento, che rende la gestione quotidiana difficilissima e pericolosa. Gli agenti addetti alla custodia sono costretti a turni logoranti, con un personale sempre più ridotto, senza alcun riconoscimento per i sacrifici e le responsabilità che gravano sulle loro spalle e la lucidità e razionale fermezza nell’operare diviene altamente scemata.

La sicurezza non è un’opportunità, è uno di quei diritti-doveri di tutti, in particolare per quelle personali che sono in uno stato precario, non solo per i detenuti, ma per tutto il personale penitenziario, che si sente costantemente esposto a rischi, senza supporto, abbandonato a sé stesso e impossibilitato a non svolgere quel mandato di aiuto che è nel garantire i diritti ai reclusi in quanto è umanamente più gratificante operare in situazione di disponibilità che di precarietà.

Gestire le crisi negli istituti penitenziari e sulle modalità d’intervento delle forze dell’ordine per portarle alla normale operatività la proposta dell’ex Capo della Polizia, Franco Gabrielli, appariva quella più innovativa con la creazione di gruppi d’intervento misti locali composti da poliziotti della Polizia di Stato e agenti della Polizia Penitenziaria, conoscitori della struttura oggetto dell’intervento contesto. Questo approccio, basato su mediazione e dialogo, mirava a ridurre l’uso della forza, evitando situazioni potenzialmente qualificabili come torture.

In contrasto, l’Amministrazione ha riproposto un modello centralizzato, già fallito in passato, basato su un corpo di punizione lontano dal luogo d’intervento, che rischia di generare azioni meno mirate e più violente. Tale organizzazione potrebbe aumentare il rischio di abusi, mentre un sistema periferico misto, più adeguato in quanto più radicato nelle realtà locali permetterebbe una gestione più immediata quindi efficace se non più rispettosa dei diritti umani.

Signor Presidente, come a Lei ben noto non si fugge da un lavoro che può diventare stabile senza motivi negativi profondi. Se lo si fa è le motivazioni che sopportano il restare altamente negativo. Viceversa per coloro che non hanno mai operato nelle carceri, vedono ancora, nel ruolo di agente penitenziario, un’opportunità, spinti dalla ricerca di un lavoro certo. Ed è proprio qui che risiede la frattura: chi non conosce il sistema carcerario si affida all’apparente stabilità del posto, chi lo conosce, invece, ne fugge. Questo squilibrio tra chi entra e chi scappa è la testimonianza di un malessere profondo che affonda le radici nella cattiva gestione del sistema.

Il lavoro nelle carceri è spesso reso insopportabile non solo per le difficoltà oggettive, ma anche per la mancanza di guida e supporto per chi opera in prima linea. Gli agenti nelle sezioni detentive, fulcro del sistema carcerario, si sentono abbandonati a causa della distanza dalla dirigenza, che è relegata a lavori considerati più autorevoli come quelli d’ufficio. La soluzione sta in una maggiore presenza dei dirigenti nelle sezioni a garanzia di quel supporto diretto e operativo sul campo che manca. La presenza diretta in sezione rafforzerebbe il senso di appartenenza, aiuto immediato e professionalmente alto che quel momento operativo richiede e non lasciato al noto moto “arrangiati”.

Lo stato delle cose ha raggiunto un livello di tale profondo dissenso che porta il malessere ad un numero di suicidi tra detenuti e agenti in drammatico aumento. Questi tragici eventi vengono troppo spesso liquidati come questioni personali, senza mai affrontare le vere cause: condizioni di isolamento, il silenzio istituzionale e la totale assenza di attenzione al contesto umano.

Il disagio è così estremo che il lavoro all’interno delle sezioni detentive viene ormai percepito come una forma di punizione, per gli agenti: di non ascolto e bruttale per i detenuti fino a portare alla codificazione del reato di tortura. È una tragedia silenziosa non può più essere ignorata o mascherata da vuote parole di compassione: è una crisi umanitaria in atto che esige soluzioni reali, non palliativi verbali.

Signor Presidente, la “grande fuga” del primo ottobre è solo l’ultimo, tragico segnale di un sistema che ha fallito. E il fallimento non è solo tecnico, ma umano. Chiudere gli occhi di fronte a quanto accade nelle carceri significa tradire la funzione stessa del sistema penitenziario, che non può e non deve essere un luogo di degrado e di sofferenza perpetua, né per chi vi è detenuto né per chi vi lavora.

La sicurezza data ai detenuti e quella al personale sia del Polizia penitenziaria che di tutto il personale civile diventi prioritaria è tanto necessario quanto un ripensamento radicale del sistema. Una riforma che rimetta al centro chi opera quotidianamente nelle sezioni detentive, non si ottiene con la emanazione di reati aberranti come quello di tortura, non necessario se vi è un controllo costante del fare in sezione e il dare sicurezza è anche rendere, il lavoro in carcere, non come una punizione e incorrere nel reato di tortura, reato aberrante che non si avvererebbe in una gestione di competenza del dirigente di reparto. che possa veramente assolvere alla funzione rieducativa e di abbandono della vita criminale da pare del recluso.

Signor Presidente, Le chiedo ancora scusa il rivolgermi a Lei da chi ha operato nel carcere dal 1970 a vario titolo, poi pioniere dell’esecuzione pena non detentiva, vede nel fallimento del concorso e la fuga del personale non di ruolo giovane non solo uno dei tanti segnali del collasso imminente del sistema carcerario ma qualcosa di più drammatico. È necessario un intervento urgente, un’inversione di rotta che ridia dignità e sicurezza a chi lavora nelle carceri e a chi vi è detenuto. Solo così si potrà evitare il rischio che il sistema imploda definitivamente, con conseguenze gravissime per l’intera società.

*Dirigente superiore Giustizia in quiescenza. Giudice Onorario T.S. Milano non operativo