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di Carlo Bonini e Sabina Pignataro

La Repubblica, 22 luglio 2022

Chi aiuta i responsabili di violenze sulle donne? Inchiesta sui Centri di sostegno e recupero dei “maltrattanti”.

Poco più di un mese fa, a Vicenza, Zlatan Vasiljevic uccide l’ex compagna, Lidia Miljkovic, con la quale aveva avuto due figli, e Gabriella Serrano, con la quale conviveva. Nel 2019 era stato arrestato per avere ripetutamente maltrattato la moglie e nel 2020 era stato seguito per sette mesi da un centro dedicato agli uomini autori di violenza: venti colloqui della durata di 50 minuti con uno psicologo dell’associazione Ares di Bassano. Colloqui che secondo la relazione del dottor Giulio Gasparini si sono svolti “con puntualità e sincero coinvolgimento”. “Noi certifichiamo solo la frequenza al corso e ci atteniamo al protocollo”, dicono da Ares.

Poche ore dopo Antonella Veltri, la presidente di D.i.Re - Donne in rete contro la violenza tuona: “I percorsi dedicati ai maltrattanti sono presentati come la ‘panacea’ di tutti i mali e stanno diventando una sorta di scorciatoia per la riabilitazione dei violenti. Non basta un breve percorso per un cambiamento profondo e per arginare la violenza”. Siamo dunque partiti da qui per provare a capire cosa facciano esattamente questi centri, quanti siano, come funzionino. E, soprattutto, chi verifichi l’efficacia del loro intervento.

Otto su dieci non ce la fanno - Conviene partire da un dato: “In assenza di un intervento di supporto, oltre otto uomini maltrattanti su dieci (85%) tornano a commettere violenze contro le donne. Coloro che riescono a ritrovare autonomamente un equilibrio dopo un primo episodio di violenza sono una minoranza esigua”. Il dato è contenuto nella Relazione sui percorsi trattamentali per uomini autori di violenza nelle relazioni affettive e di genere approvata il 25 maggio dalla Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio presieduta dalla senatrice Valeria Valente.

“Limitarsi a punire, senza attivare un trattamento - spiegano gli esperti - non produce alcun effetto preventivo. Anzi peggiora la situazione” perché, si legge nel documento, “la detenzione tende a rinforzare ulteriormente i sentimenti di rabbia di questi uomini, la percezione di sé come vittima e il desiderio di vendicarsi nei confronti della donna, recidivando comportamenti violenti ed esponendola a rischi di escalation di violenza”. Con severe conseguenze anche per i suoi bambini o ragazzi. Il comportamento violento infatti spesso può essere appreso dai figli e replicato anche a distanza di molti anni. Secondo l’Istat molti degli uomini autori sono stati a loro volta vittime o testimoni di violenza da bambini: “I figli che assistono alla violenza del padre nei confronti della madre o che l’hanno subita hanno una probabilità maggiore di essere autori di violenza nei confronti delle proprie compagne e le figlie di esserne vittime. Dai dati emerge chiaramente che i maschi imparano ad agire la violenza, le femmine a tollerarla”. Potrebbe bastare questo elemento per convincerci dell’importanza di una diffusione capillare dei centri dedicati agli uomini autori di violenza. Invece non è così, perché questi servizi oggi mostrano ancora parecchie criticità.

La motivazione - Come si legge nella relazione del Senato, essendo il trattamento sugli uomini autori di violenza finalizzato ad una presa di consapevolezza dei propri agiti e ad evitare che tali agiti si ripetano nel futuro, la motivazione che spinge il soggetto a intraprendere il percorso è di primaria importanza, così come avere ben chiaro se qualcuno l’ha sollecitato oppure obbligato.

Oggi sono rari i casi in cui gli uomini accedono al percorso in virtù di una domanda spontanea, dopo aver riconosciuto di essere a rischio di commettere violenza di qualsiasi genere, fisica come psicologica o economica. Spesso al contrario prendono contatto con un centro specializzato perché inviati dalle Forze dell’ordine, dai giudici oppure dai servizi sociali.

Per chiarire: il primo caso (invio da parte delle forze dell’ordine) si manifesta in accordo con quanto previsto dal Protocollo Zeus, siglato nel 2018 tra il Centro Italiano per la Promozione della Mediazione (CIPM) e la Divisione anticrimine della Questura di Milano e successivamente attivato in più di 30 questure. Il progetto, il cui nome evoca il primo maltrattante (noto) della storia, prevede che i destinatari dell’ammonimento del questore per atti persecutori, violenza domestica e cyberbullismo siano spinti a frequentare un programma di prevenzione organizzato dai servizi del territorio. Tale invito non è obbligatorio ma, essendo l’uomo “attenzionato”, è fortemente suggerito. L’obiettivo? Troncare sul nascere l’agire inadeguato e violento, per evitare che gli Zeus in erba si trasformino in despoti.

Nel secondo caso l’accesso al trattamento avviene attraverso la normativa del ‘Codice Rosso’, entrata in vigore il 9 agosto 2019, in base alla quale il giudice può decidere di inviare l’autore ad un percorso trattamentale specifico. In questo caso il percorso - che prevede un contributo economico da parte dell’autore di violenza - può essere vissuto sostanzialmente come un obbligo da adempiere e quindi affrontato senza il necessario coinvolgimento. L’obiettivo che l’uomo si propone potrebbe essere in primo luogo strumentale, ossia scongiurare la detenzione o alleviare la pena.

Nel terzo caso, l’avvio di un percorso viene suggerito dall’assistente sociale, con l’obiettivo di individuare la soluzione migliore per le cure e la crescita dei minori in caso di affidamento. In Italia, infatti, anche in presenza di un genitore autore di violenza si dà la priorità a che un figlio mantenga i contatti con lui, in nome del principio della bigenitorialità e nella convinzione che un uomo autore di violenza verso una compagna possa comunque essere un buon padre. Una pratica tanto rischiosa quanto pervasiva: “Nella quasi totalità dei casi (96%) i Tribunali ordinari non approfondiscono gli atti relativi alle violenze, tanto che i minori vengono affidati nel 54% dei casi alle madri, ma con incontri liberi con il padre violento”: lo scrive - per l’ennesima volta - la Commissione di inchiesta sul Femminicidio nella relazione sulla vittimizzazione secondaria (13 maggio 2022), dopo aver esaminato circa 1500 fascicoli processuali.

L’esperienza del CAM - Il Centro di ascolto uomini maltrattanti (CAM) di Firenze è un buon termometro per capire come sono si sono spostate le motivazioni degli utenti negli ultimi anni. Dal 2009 questo centro ha assistito 1200 uomini. Il CAM nasce da un progetto dello storico Centro antiviolenza Artemisia di Firenze e oggi ha sedi nel capoluogo di regione, a Prato, Pistoia, Empoli e Montecatini; lavora inoltre nelle carceri fiorentine Sollicciano e Gozzini, in quella di Santa Caterina in Brana (Pistoia) e alla Dogaia (Prato).

“Nei primi dieci anni, fino al 2019 circa, a chiamarci erano soprattutto gli uomini che avvertivano, spontaneamente, che qualcosa non andava nei propri comportamenti (raramente anche i famigliari preoccupati dall’uso della violenza fatta da una persona conosciuta)”, spiega Mario De Maglie, psicologo e psicoterapeuta, vicepresidente del CAM. Le cose sono cambiate in concomitanza delle novità legislative (il Codice Rosso è entrato in vigore il 9 agosto 2019). “Da inizio 2022, per fare un esempio, ci hanno contattato 129 uomini di cui 32 volontari e 61 inviati da assistenti sociali e avvocati (di questi 29 con indicazione del giudice)”.

“I volontari minimizzano, difficilmente negano. Gli ‘obbligati’ negano, difficilmente minimizzano”, chiarisce De Maglie. “Gli uomini che ci contattano spontaneamente riescono a percepire in modo chiaro che qualcosa non va nella relazione, possono ancora non capire che i problemi maggiori sono dati dal loro comportamento violento, possono quindi non riconoscerlo ancora come tale, ma sono in grado di chiedere aiuto per capire”. Un episodio di violenza più forte del solito, l’intervento delle forze dell’ordine, la donna che si separa da loro, il disagio dei figli fanno sì che questi uomini comincino a mettersi in discussione. “Talvolta ci sono anche uomini che ammettono sin da subito che hanno avuto comportamenti violenti e vogliono cambiare”. Al contrario, aggiunge, “gli uomini inviati dalle autorità giudiziarie, dagli avvocati o dai servizi sociali non credono di dover cambiare, ma solo di dover prendere parte al percorso per non subire delle conseguenze dei propri comportamenti”.

Cosa fa il Cam di Firenze

Stella Cutini, psicologa e psicoterapeuta del Centro di ascolto uomini maltrattanti di Firenze, racconta la storia e illustra le attività della onlus.

“Lo staff del CAM è composto da psicologi, psicoterapeuti, psichiatri ed educatori, sia donne che uomini. Il trattamento prevede una prima fase di accoglienza individuale, attraverso una serie di colloqui (anche telefonici) tesi a capire meglio la motivazione dell’uomo, la situazione di maltrattamento in atto ed effettuare una valutazione del rischio iniziale”, spiega Mario De Maglie. “Alcuni uomini non vengono ammessi al trattamento perché valutati non idonei a causa di una spinta motivazionale inesistente, di un atteggiamento eccessivamente oppositivo o perché non conoscono sufficientemente bene la lingua italiana, in quanto stranieri”.

A tal proposito però vale la pena ricordare, come messo in evidenza dal rapporto dell’associazione nazionale D.i.Re - Donne in rete contro la violenza sui dati 2021, che “l’autore della violenza è prevalentemente italiano (nel 73% dei casi) e questo dato, oramai consolidato negli anni, mette in discussione lo stereotipo diffuso che vede il fenomeno della violenza maschile sulle donne ridotto a retaggio di universi culturali situati nell”altrove’ dei paesi extraeuropei”.

Se l’uomo è ritenuto idoneo, chiarisce De Maglie, “accede ad un trattamento di gruppo psicoeducativo della durata indicativa di circa 9 mesi, un’ora e mezzo a settimana. Nel gruppo vengono forniti degli strumenti attraverso i quali gli uomini imparano a riconoscere meglio i propri comportamenti e a valutarne l’impatto sugli altri. Per le situazioni su cui si ritiene di poter ancora lavorare c’è la possibilità di un lavoro di carattere più terapeutico di una durata maggiore, in cui viene dato spazio ai vissuti e alle storie di vita dei partecipanti”.

Uno su quattro lascia il percorso

Un altro elemento rilevante per la valutazione dell’impatto dei trattamenti riguarda la capacità dei partecipanti di portarli a termine. Stando a quanto riportato nella relazione della commissione d’inchiesta sul femminicidio, solo “un uomo su quattro lascia il percorso prima di concluderlo”. Secondo De Maglie, “il tasso di abbandono è molto basso poiché le nuove leggi chiedono agli uomini il rispetto del programma per non avere poi complicazioni processuali. Ad ogni modo - sottolinea- nei nostri percorsi è molto importante riuscire a dare conto dell’effettivo percorso svolto, non solo della frequenza, elemento necessario ma non necessariamente predittivo di un cambiamento reale”.

La relazione del Senato non a caso usa l’espressione ‘uomini autori di violenza’ invece di ‘uomini violenti o maltrattanti’. La scelta, si legge nel documento, corrisponde ad una ben precisa scelta politica: attiene infatti alla convinzione che vi sia la possibilità di lavorare sui comportamenti, provocandone un cambiamento. Pur riconoscendo che non tutti gli uomini autori di violenza cambieranno.

I centri dedicati agli uomini autori di violenza di genere restano ancora uno strumento scarsamente utilizzato nelle attività di contrasto alla violenza nelle relazioni intime. Questo malgrado il trattamento degli uomini autori di violenza, in un’ottica di prevenzione rispetto a nuove violenze e di modifica dei comportamenti violenti, sia esplicitamente previsto dall’articolo 16 della Convenzione di Istanbul del 2011, che individua nell’attuazione di percorsi di rieducazione “uno degli interventi fondamentali nella strategia di contrasto alla violenza domestica e di genere, nel presupposto che il supporto e i diritti umani delle vittime siano una priorità e che tali programmi siano stabiliti ed attuati in stretto coordinamento con i servizi specializzati di sostegno alle vittime”.

Nonostante il Piano strategico nazionale sulla violenza maschile contro le donne 2017-2020 prevedesse proprio l’attivazione di percorsi di rieducazione, oggi è persino difficile scoprire quanti siano e dove si trovino: gli unici dati disponibili (elaborazioni Istat su dati CNR - IRPPS) sono fermi al 2017, quando erano attivi meno di settanta punti di accesso sul territorio nazionale, concentrati maggiormente nel Nord Italia, soprattutto in Emilia-Romagna e Lombardia. Oggi non si sa quanti siano. Se un uomo, in un momento di consapevolezza, volesse attivarsi personalmente, avrebbe un’unica possibilità: interrogare i motori di ricerca. E sperare poi che qualcuno risponda al telefono, alla mail, o che il centro sia aperto tutti i giorni e magari per più di un’ora al giorno. In bocca al lupo.

Esiste una rete nazionale, Relive, che raccoglie alcuni centri e associazioni; tuttavia questa rete, come conferma Silvia Baudrino, “non raccoglie nessun dato dai centri a causa di scarse risorse, anche economiche2. Sul sito non c’è una mappa dei centri: occorre spulciare alla voce ‘soci fondatori, soci ordinari, soci aderenti’. Anche questo non aiuta.

Gli investimenti pubblici

È probabile che nuovi centri e servizi dedicati agli uomini autori di violenza nascano nei prossimi mesi. Il Governo infatti ha messo sul piatto quasi 9 milioni di euro, ingolosendo anche chi non ha competenze o esperienze pregresse. Per distribuire tali risorse è tuttavia indispensabile l’attivazione dell’accreditamento nazionale dei centri: al momento anche su questo aspetto c’è nebbia fitta e manca un processo finalizzato alla documentazione e valutazione del lavoro svolto e all’individuazione di criteri e verifica di qualità dei servizi. “In attesa di linee guida nazionali - commenta la senatrice Valente - oggi, accanto a chi mette la propria professionalità e organizza da anni percorsi di recupero di alta qualità con serietà, vi possono essere realtà che senza la dovuta esperienza e qualifica si organizzano rapidamente approfittando dell’opportunità ‘di mercato’ che la normativa ha creato”.

Anche districare questa matassa di finanziamenti è difficile, dato che arrivano da ministeri e programmi diversi. Del resto, come racconta il dossier di ActionAid Cronache di un’occasione mancata pubblicato a novembre 2021, “le attuali politiche antiviolenza continuano ad essere, per scelta politica, isolate, frammentarie, scarsamente trasversali e per nulla integrate”.

Ad ogni modo, stanziare i fondi non basta: i Centri antiviolenza conoscono molto bene la difficoltà di far arrivare a destinazione le somme promesse dal Governo. Come racconta ancora il dossier di ActionAid, al 15 ottobre 2021 le Regioni hanno erogato alle Case rifugio e ai Centri antiviolenza il 71% dei fondi dell’anno 2017; il 67% di quelli previsti per il 2018; il 56% di quelli del 2019 e soltanto il 2% dei 27,5 milioni messi a disposizione nel 2020.

Nello stesso anno la ministra per le Pari Opportunità e la Famiglia Elena Bonetti aveva stabilito uno stanziamento di 3 milioni di euro per le spese straordinarie sostenute dalle Case rifugio per la pandemia: nel novembre 2021 risultava liquidato solo l’1%. Come ricorda il report sui dati 2021 di D.i.Re - Donne in rete contro la violenza, “l’attività dei centri si sostiene per gran parte sul ‘lavoro volontario delle attiviste, di cui’ solo il 33% è retribuito, anche a causa della scarsità e non strutturalità dei fondi”.

Come misurare l’efficacia degli interventi

Questo è un altro dei punti deboli che attengono al funzionamento dei centri: non ci sono linee guida nazionali, ogni centro ha il suo protocollo, i suoi criteri. Ottenere un dato sulle recidive, poi, è come cercare l’acqua nel deserto: quasi nessuno ne ha idea. “Per avere un dato sulla recidiva dovremmo continuare a seguire gli uomini una volta terminato il percorso, ma questo non ci è possibile”, chiarisce De Maglie, il vicepresidente del CAM. “Terminato il percorso vengono fatte delle valutazioni che vengono fornite al giudice o agli avvocati in cui esprimiamo un parere positivo/negativo su quanto ottenuto oppure sottolineiamo le criticità che a nostro avviso permangono. Dopodiché si conclude il nostro rapporto con l’uomo, a meno che non ci ricontatti il soggetto stesso, oppure le autorità giudiziarie. Se l’uomo non è più seguito o è libero dal processo non c’è modo di operare delle verifiche attendibili”.

Il CAM comunque dal 2017 ha adottato un protocollo proposto dall’Associazione europea Work with Perpetrators in collaborazione con l’Università di Bristol e con il Center for Gender and Violence Research, che è diretto da una delle maggiori esperte in ambito europeo sulla valutazione dei trattamenti per autori, Marianne Hester. Un rapporto è atteso per il prossimo autunno.

“I Centri per il trattamento degli uomini autori di violenza sono chiamati a un difficile salto di qualità per rispondere pienamente agli obiettivi che si attribuiscono loro”, commenta la senatrice Valeria Valente. “Ad oggi, spesso sono realtà non sufficientemente strutturate, poco supportate e diffuse in modo disomogeneo sul territorio nazionale”. Per il futuro, “chiediamo che ci siano standard di qualità e formazione degli operatori e diciamo no alla guerra tra poveri: i centri per gli uomini maltrattanti non devono contendere le risorse ai centri antiviolenza, ma far parte di una rete per la quale vanno aumentate le risorse”.

Focus su Milano

“In questi 17 anni, dopo il nostro trattamento, solo il 3% è tornato a commettere violenza”. Intervista a Francesca Garbarino, vicepresidente del CIPM.

Dal 2005, il Centro Italiano per la Promozione della Mediazione (CIPM) ha seguito circa 1600 uomini autori di violenza domestica sul territorio milanese e 550 circa in ambito detentivo presso gli Istituti di pena di Bollate, Opera, San Vittore: “Dopo il nostro intervento il tasso di recidiva oscilla tra il 3 e il 4%”, spiega Francesca Garbarino, criminologa clinica e vicepresidente del CIPM. Da luglio 2021, il CIPM coordina anche uno dei centri (gratuiti) dedicati agli uomini autori di violenza di Milano, il CeOM.

Garbarino, chi sono gli uomini che si rivolgono a voi?

Da luglio 2021, il CeOM ha registrato complessivamente 92 accessi, dei quali 69 hanno avviato percorsi di trattamento, mentre 10 casi sono ancora in fase di valutazione. Sono in prevalenza italiani (65 su 92). La maggior parte di loro ha iniziato un percorso di riabilitazione su segnalazione delle forze dell’ordine o dei giudici (56), oppure dei servizi territoriali (24). Per ora gli uomini che sono arrivati spontaneamente perché preoccupati per il proprio comportamento nell’ambito delle relazioni intime sono pochi: 12, cioè meno del 15% del totale.

Che tipo di lavoro viene fatto?

A seconda dei casi e delle situazioni (uomini autori di violenza provenienti dal circuito penale, oppure su invio di servizi territoriali o per accesso spontaneo), vengono utilizzate metodologie differenti, che prevedono un approccio criminologico oppure psicoeducativo, percorsi individuali e di gruppo.

Quanto dura un percorso?

Dipende da diversi fattori, quali ad esempio il livello di motivazione e di consapevolezza dell’autore di reato o il livello del rischio. Ad esempio, un percorso connesso ad una condanna per la nostra esperienza dura almeno un anno. Un aspetto determinante del trattamento è il lavoro di rete con i servizi e le istituzioni che hanno in carico il caso.

Può spiegare?

Il CeOM è il cuore di un progetto sperimentale più ampio, denominato U.O.MO. (Uomini, Orientamento e Monitoraggio). Finanziato da Regione Lombardia, con la regia di ATS Città Metropolitana, U.O.MO. struttura un sistema di presa in carico e di interventi per uomini autori di violenza con alcune tra le maggiori realtà del territorio esperte in quest’ambito (CIPM, Fondazione Somaschi, Cooperativa Sociale Onlus Dorian Gray, Progetto SAVID dell’Università degli Studi di Milano, Centro di Ricerca ADV dell’Università Milano-Bicocca). È importante che chi si occupa degli autori di reato collabori con gli operatori dei centri antiviolenza, come prevede la Convenzione di Istanbul. L’obiettivo comune è la tutela della vittima.

Quanto sono efficaci questi percorsi?

L’obiettivo principale di questi percorsi trattamentali è l’abbattimento del tasso di recidiva, cioè il fatto che l’uomo possa compiere ulteriori violenze nei confronti delle donne e dei figli. Gli uomini seguiti dal CIPM in questi 17 anni di lavoro hanno avuto un tasso di recidiva che oscilla tra il 3 e il 4%. Si tratta di un dato ‘spannometrico’, non scientifico, in quanto non è stata effettuata una ricerca in merito. Il progetto U.O.MO. sta effettuando una ricerca insieme all’osservatorio ADV - Against Domestic Violence coordinato dalla professoressa Marina Calloni all’Università Bicocca, con un duplice obiettivo: misurare l’efficacia dei percorsi e creare delle Linee guida per favorire la collaborazione tra i servizi.

Nel frattempo sono molto incoraggianti i dati del Protocollo Zeus, stipulato nel 2018 tra la Questura di Milano e il CIPM per l’invio a un percorso trattamentale di chi viene “ammonito” a seguito di atti persecutori o della segnalazione di comportamenti prodromici a reati di violenza di genere. Tra i soggetti inviati al CIPM dal 5 aprile 2018 al 16 marzo 2022, il 77% si è presentato; tra questi, la percentuale di recidiva è dell’11,95%, mentre tra i soggetti che non hanno ottemperato all’invito del questore di partecipare ai colloqui al CIPM la percentuale di recidiva sale al 15,95%.