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di Damiano Aliprandi

Il Dubbio, 16 luglio 2026

Degrado al carcere Pagliarelli di Palermo: acqua arrugginita, niente aria d’estate e d’inverno manca il riscaldamento. Il Tribunale di sorveglianza di Palermo dovrà rivalutare l’istanza di Guerrino Casamonica, uno dei capi del clan romano, detenuto nel carcere Pagliarelli del capoluogo siciliano. L’uomo aveva chiesto di detrarre un giorno di pena ogni dieci trascorsi in cella, perché quelle celle, nella sua ricostruzione, violano l’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, la norma che vieta i trattamenti inumani o degradanti. La domanda era stata respinta due volte. La prima sezione penale della Corte di cassazione ha annullato il diniego e ha rinviato gli atti allo stesso Tribunale, che dovrà rifare i conti e motivare in modo diverso.

Lo strumento usato dal difensore, l’avvocato Marco Traina, è il rimedio previsto dall’articolo 35 ter dell’ordinamento penitenziario, nato dopo le condanne di Strasburgo all’Italia per il sovraffollamento delle carceri. Per chi è ancora dentro la legge prevede uno sconto di un giorno ogni dieci passati in condizioni degradanti, per chi nel frattempo è uscito un risarcimento in denaro. Casamonica è un detenuto definitivo in fase di espiazione della pena e l’istanza riguarda il periodo trascorso a Pagliarelli tra l’11 agosto 2020 e l’11 marzo 2024. Il primo no era arrivato dal magistrato di sorveglianza il 21 marzo 2025. Il secondo dal Tribunale di sorveglianza, in composizione collegiale, con l’ordinanza numero 1182 del 25 febbraio 2026, depositata l’11 marzo.

Quanti metri restano per muoversi - Il cuore della vicenda è una domanda solo apparentemente banale: quanto spazio ha davvero un detenuto per muoversi dentro la sua cella. Il Tribunale ha calcolato che Guerrino Casamonica disponeva di almeno 4,22 metri quadrati a testa, misurati al netto del mobilio fisso. Sopra la soglia dei tre metri quadrati, quindi, quel confine che la giurisprudenza europea considera la linea oltre la quale scatta la presunzione di trattamento inumano. Per arrivare a quel numero, però, i giudici non hanno sottratto i letti singoli, quelli non fissati al pavimento ma comunque ingombranti, che occupano stabilmente lo spazio della cella.

Su questo punto il difensore ha giocato la carta principale. Il Tribunale si è appoggiato a una pronuncia delle Sezioni unite della Cassazione, la 6551 del 2021, secondo cui nel calcolo dei tre metri quadrati “si deve avere riguardo alla superficie che assicura il normale movimento e non la superficie calpestabile” e vanno detratti solo gli arredi tendenzialmente fissi al suolo, tra cui i letti a castello. L’avvocato Traina ha obiettato che quella lettura è ormai superata. Ha citato prima la sentenza 18760 del 2023, poi una pronuncia ancora più recente della stessa prima sezione, la 12849 del 3 aprile 2025, per la quale “l’ingombro del letto singolo, pur se amovibile, deve essere scomputato dalla superficie della cella a disposizione del detenuto”, perché si tratta di un arredo che per peso e dimensioni non si sposta con facilità e finisce per comprimere i movimenti di chi vive nella stanza.

Il parametro dei tre metri quadrati, ha ricordato il difensore, non è la superficie geometrica della cella ma lo spazio davvero calpestabile, quello che resta libero una volta tolti gli arredi e i letti che occupano il pavimento in modo stabile. Tolti anche quei letti, il conto cambia e i tre metri quadrati rischiano di sparire. La disputa sui centimetri è solo una parte della storia. Il difensore di Guerrino Casamonica ha messo agli atti un elenco di guasti e di mancanze che, presi insieme, disegnano un quadro di degrado. Niente riscaldamento funzionante d’inverno, aerazione dei bagni rotta con ristagno di umidità e cattivi odori, assenza di acqua calda nei bagni delle celle e in lavanderia, docce da cui esce acqua mista a ruggine.

A questo si aggiunge una carenza sanitaria concreta: al detenuto non sarebbero stati consegnati gli occhiali da vista che aveva comprato a proprie spese, nonostante il bisogno fosse documentato. Il Tribunale ha risposto affidandosi alla relazione dell’istituto, che racconta un altro Pagliarelli. Da quel documento risulta che Guerrino Casamonica ha partecipato al trattamento rieducativo, ha preso la licenza di scuola media, ha frequentato un corso da pizzaiolo, ha usato il bagno con un aspiratore funzionante il cui guasto sarebbe stato solo temporaneo, ha fatto la doccia tre giorni a settimana e tutti i giorni nei periodi di lavoro, con acqua calda corrente, e ha avuto i cortili a disposizione per almeno otto ore al giorno. Sul freddo, poi, i giudici hanno usato un argomento che il difensore, contattato da Il Dubbio, ha definito “surreale e particolarmente fastidiosa”. Nell’ordinanza si legge che “le caratteristiche climatiche del luogo di ubicazione dell’Istituto di pena non permettono di qualificare positivamente la violazione denunziata in merito all’assenza di riscaldamento”, a meno che il detenuto non soffra di patologie specifiche. Come dire che in Sicilia, terra calda, gli impianti di riscaldamento sono un lusso superfluo.

Chi conosce Pagliarelli sa che le cose stanno diversamente. D’inverno nelle celle si patisce il freddo al punto che la direzione, in passato, ha autorizzato i detenuti a farsi arrivare da fuori dei giubbotti pesanti. D’estate, come in queste giornate roventi, il problema si rovescia e nelle celle si soffoca. Dai rubinetti esce acqua sporca di ruggine, l’acqua calda spesso manca, i ventilatori dei bagni senza finestre restano fermi, i citofoni delle sezioni non funzionano.

Cosa dovrà rifare il Tribunale - C’è poi il nodo dei cosiddetti fattori compensativi. Quando lo spazio scende sotto i tre metri quadrati scatta una presunzione forte di violazione, che può essere superata solo da circostanze eccezionali: molte ore fuori dalla cella, lavoro e attività reali e continue, condizioni igieniche di buon livello. Secondo il difensore il Tribunale si è accontentato dell’esistenza sulla carta di una saletta della socialità, di qualche evento di intrattenimento e degli impianti, senza verificare quanto e con quale qualità Guerrino Casamonica ne abbia davvero usufruito. E ha ignorato che l’acqua fredda, le docce arrugginite e la ventilazione guasta rendono quegli stessi impianti inservibili a bilanciare alcunché.

Il difensore ha costruito il ricorso su quattro punti. Il primo sul calcolo dei metri quadrati. Il secondo sulla soglia dei tre metri e sui fattori compensativi. Il terzo sul silenzio del Tribunale davanti alle carenze strutturali del carcere. Il quarto sulla natura stessa del rimedio, che deve restare effettivo e non svuotato da un’interpretazione così restrittiva da chiedere al detenuto una prova quasi impossibile. La prima sezione ha accolto il ricorso e ha annullato l’ordinanza con rinvio. La formula è secca: nuovo esame al Tribunale di sorveglianza di Palermo. Le motivazioni della Cassazione non sono ancora depositate. Quando arriveranno, il collegio palermitano dovrà fissare una nuova udienza, probabilmente entro novembre, e questa volta dovrà spiegare con precisione come ha misurato lo spazio, se e quanto Guerrino Casamonica abbia davvero goduto delle attività citate nella relazione, e perché i guasti e le mancanze denunciati non inciderebbero sulla dignità di chi sta dentro. Resta un paradosso. La vicenda porta il cognome di una delle famiglie più note della cronaca criminale romana, eppure la questione è quella di sempre e riguarda chiunque finisca in una cella: quanti centimetri servono per non essere trattati come cose. La risposta, per ora, torna al tribunale.