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di Damiano Aliprandi

Il Dubbio, 10 settembre 2026

Ottantotto uomini spostati oltre il mare in un fine settimana, e il ministero lo racconta come una vittoria. L’operazione “Alto Impatto - Sicurezza Nazionale 41-bis”, annunciata il 7 settembre dal sottosegretario alla Giustizia Alberto Balboni, ha trasferito nel nuovo reparto del carcere “Ettore Scalas” di Uta ottantotto detenuti al carcere duro, con droni, cinturazioni di sicurezza e supporto aereo. Persone già recluse sotto il regime più stringente dell’ordinamento, spostate da una cella all’altra con l’apparato di un blitz antimafia. Per capire come la Sardegna sia diventata la destinazione di quegli uomini bastano cinque parole scritte diciassette anni fa. La legge 94 del 15 luglio 2009 stabilisce che i detenuti al 41 bis siano ristretti in istituti dedicati, “collocati preferibilmente in aree insulari”. Ritorna così l’idea delle isole-carcere di Asinara e Pianosa, denunciata negli anni Novanta dai movimenti per i diritti civili come deportazione istituzionalizzata e superata nel 1997 grazie alla Cedu.

La stessa legge ha ridotto i colloqui con i familiari a uno al mese. Un’ora, che da adesso si raggiunge con un traghetto o un aereo. Le famiglie dei detenuti arrivati da Viterbo, Terni, Spoleto, Rebibbia, Milano e L’Aquila dovranno attraversare mezza Italia e poi il Tirreno per sessanta minuti dietro un vetro. È contrario all’ordinamento penitenziario, che nei trasferimenti impone di favorire istituti prossimi alla residenza delle famiglie. Il segretario sardo di Forza Italia Pietro Pittalis, replicando alla presidente della Regione Alessandra Todde, ha detto che “il progetto del 41 bis in Sardegna non nasce con il governo Meloni, né è stato concepito dal ministro Carlo Nordio”. Sui fatti ha ragione. Il padiglione da 92 posti di Uta fu ultimato il 7 gennaio 2021, con Alfonso Bonafede guardasigilli del Conte II, che ne annunciò la ripresa al Senato il 30 settembre 2020. Le sezioni speciali sarde furono attivate con decreti firmati tra il 2014 e il 2018 dall’ex ministro del Pd Andrea Orlando.

Ma Pittalis omette che la formula sulle aree insulari, oggi oggetto della sua proposta di legge C.2781 depositata il 3 febbraio 2026, fu scritta nel 2009 dal quarto governo Berlusconi, con Angelino Alfano ministro della Giustizia. Il piano che ha mosso gli ottantotto uomini si chiama “Kairos”: illustrato dall’allora sottosegretario Andrea Delmastro alla Conferenza Stato-Regioni del 18 dicembre 2025, concentra oltre ottocento posti in sette istituti scelti anche per la distanza geografica. Tre sono della Sardegna. Il Conte II ha costruito un padiglione, il governo Meloni ne ha concretizzato lo scopo: l’isola come contenitore del circuito di massima sicurezza nazionale.

Il numero che sparisce - Poi ci sono i numeri. Il 4 settembre Uta risultava sovraffollato al 135,8 per cento; il 6 settembre, con novantuno persone in più, al 130,8. Il carcere si riempie e il tasso scende. Il meccanismo emerge dalle schede di trasparenza del ministero, monitorate dal giornalista Marco Dalla Stella su sovraffollamentocarcerario.it. Fino al 4 settembre Uta aveva 561 posti regolamentari e 759 presenze. Il 5 la capienza sale a 652: novantuno posti comparsi con l’arrivo dei detenuti al carcere duro, non il 23 luglio, quando Nordio aveva inaugurato il reparto senza avvisare la Regione né la garante sarda Irene Testa. Quei novantuno posti sono le camere del nuovo padiglione. Celle singole, ventitré semisezioni, cinque sezioni, vigilate dal Gom. Nessun detenuto di media o alta sicurezza potrà occuparle, perché i circuiti non comunicano: la legge impone sezioni “logisticamente separate dal resto dell’istituto”. Sono state comunque sommate alla capienza generale ed entrano nel calcolo dell’affollamento di tutti.

Separando i circuiti, come impone la norma, il quadro si rovescia. La Camera Penale di Cagliari certifica che al 31 agosto Uta ospitava 748 detenuti di media e alta sicurezza per 561 posti, cui “si aggiungono” quelli del regime speciale. Tolti gli ottantotto del 41 bis, il 6 settembre nel circuito ordinario restano 762 persone per 559 posti agibili: 136,3 per cento, contro il 135,8 precedente. Il sovraffollamento è salito, anche se la statistica ufficiale dice il contrario. Gli stessi penalisti hanno messo per iscritto il resto: due medici, quattro infermieri a tempo pieno e due psichiatri per tutto l’istituto, circa cinquanta persone con gravi patologie psichiatriche e un presidio sanitario nella nuova sezione senza personale medico dedicato. Gli agenti sono 337 su 438 previsti.

L’isola intera si muove nella stessa direzione. Sassari Bancali il 6 settembre contava 613 detenuti per 455 posti, con 303 agenti su 384. Badu ‘e Carros, destinato a diventare il primo carcere italiano riservato al regime speciale, ospitava 45 persone su 274 posti agibili, con 144 agenti su 217: un istituto svuotato in attesa della riconversione, in un Paese con 65.852 detenuti e 46.296 posti. Che la Sardegna fosse pensata così lo si sapeva. La Commissione parlamentare antimafia presieduta da Rosy Bindi, nella relazione conclusiva del 7 febbraio 2018, annotava che gli adattamenti previsti dalla legge del 2009 erano stati realizzati solo in parte e che “ancora nel 2015 i nuovi penitenziari previsti in Sardegna erano lungi dall’essere disponibili”. Allo stesso tempo segnalava il rischio di automatismo nelle proroghe e avvertiva che, senza i diritti degli articoli 27 e 32 della Costituzione, il sistema costruito per isolare i mafiosi finirebbe per vanificarsi.

Il Comitato europeo per la prevenzione della tortura, nel rapporto del 24 marzo 2023, ha chiesto all’Italia più colloqui e telefonate e un limite temporale alle aree riservate, che il Garante nazionale, quattro giorni prima, aveva ricordato non essere previste dalla legge. Il 10 aprile 2025 la Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato l’Italia per la proroga del 41 bis a Morabito, detenuto ultranovantenne con deterioramento cognitivo. C’è un dettaglio emblematico. Tra le ragioni ufficiali della concentrazione il governo ha indicato la necessità di garantire le quattro ore d’aria imposte dalla sentenza della Corte costituzionale n. 30 del 2025, nata da un’ordinanza del Tribunale di sorveglianza di Sassari sul reclamo di un detenuto di Bancali. Dalla Sardegna arriva la pronuncia che allarga i diritti dei reclusi al carcere duro, usata però strumentalmente per portarne altri sulla stessa isola.

Il piano Kairos, come ha ricostruito Antigone, è secretato per motivi di sicurezza e l’elenco dei sette istituti non è mai stato pubblicato. Todde ha chiesto gli atti il 4 agosto, senza risposta, e annuncia ricorso al Tar e questione di costituzionalità, con un onere stimato in 15 milioni sul bilancio regionale, perché la Sardegna finanzia da sola la sanità penitenziaria. Cayenna era una colonia penale francese in Guyana, nata nel 1852 per mettere il mare tra i condannati e il resto del mondo. Nel 2026, di fatto, riapre quella nostrana, in una Sardegna sensibile ai diritti di chi è sottoposto all’istituzione totalizzante. Tra queste persone c’era Roberto Loddo, 45 anni, direttore del manifesto sardo, morto martedì scorso. Aveva a cuore carcere e salute mentale. “Ti ricorderò per la libertà del tuo pensiero e per quello che hai saputo trasmettere agli altri - scrive la garante regionale Irene Testa - Mancherai alle persone di cui ti prendevi cura, a chi hai ascoltato, aiutato e accompagnato. Che la terra ti sia lieve”.