di Francesco Machina Grifeo
Il Sole 24 Ore, 28 maggio 2021
In un caso di presunto stupro, ingiustificati i riferimenti della Corte di appello di Firenze alla biancheria intima indossata dalla donna e commenti sulla sua bisessualità. La Corte europea dei diritti umani ha condannato l'Italia per aver violato i diritti di una "presunta vittima di stupro" con una sentenza che contiene "dei passaggi che non hanno rispettato la sua vita privata e intima", "dei commenti ingiustificati" e un "linguaggio e argomenti che veicolano i pregiudizi sul ruolo delle donne che esistono nella società italiana". È quanto si legge nella documentazione diffusa oggi dalla Corte che ha sede a Strasburgo. Il caso riguarda una sentenza della Corte d'appello di Firenze del 2015 che assolse 7 imputati accusati di uno stupro di gruppo avvenuto nella Fortezza da Basso nel 2008.
A ricorrere alla Cedu è stata la "presunta" vittima della violenza. Nel suo ricorso non ha chiesto alla Corte di Strasburgo di esprimersi sull'assoluzione degli imputati, ma sul contenuto della sentenza, che secondo lei ha violato la sua vita privata e l'ha discriminata. Oggi la Corte di Strasburgo le ha dato ragione accordandole un risarcimento per danni morali di 12 mila euro.
"Gli argomenti e le considerazioni contenute nella sentenza della Corte d'appello di Firenze sono inutili per vagliare la credibilità della ricorrente, né determinanti per risolvere il caso". È una delle critiche della Cedu. La Corte ritiene "ingiustificato il riferimento alla biancheria intima che la ricorrente indossava la sera dei fatti, come i commenti sulla sua bisessualità, le sue relazioni sentimentali o i rapporti sessuali che aveva avuto prima dei fatti presi in esame".
I giudici di Strasburgo inoltre giudicano "inappropriate le considerazioni fatte sull'attitudine ambivalente rispetto al sesso della ricorrente" desunte dalle attività artistiche che ha svolto prima dei fatti. E infine ritengono "fuori contesto e deplorevole" il giudizio contenuto nella sentenza sui motivi che hanno indotto la ricorrente a denunciare i fatti. Così come tutti i riferimenti alla "sua vita non lineare".
La Corte di Strasburgo afferma che questa violazione della vita privata e dell'immagine della ricorrente non può essere considerata "pertinente per vagliare la credibilità dell'interessata e la responsabilità penale degli accusati". Né può essere giustificata "dalla necessità di garantire il diritto alla difesa degli imputati".
La stessa Corte evidenzia anche che la legge italiana e diversi trattati internazionali impongono ai giudici di proteggere l'immagine e la vita privata delle persone coinvolte nel processo. La Cedu sostiene che è "essenziale che le autorità giudiziarie evitino di riprodurre stereotipi sessisti nelle loro decisioni, di minimizzare le violenze di genere ed esporre le donne a una vittimizzazione secondaria usando argomenti colpevolizzanti e moralizzanti che possono scoraggiare la fiducia delle vittime nella giustizia".
"Sono soddisfatta che la Corte europea dei diritti umani abbia riconosciuto che la dignità della ricorrente è stata calpestata dall'autorità giudiziaria". Così all'Ansa l'avvocato Titti Carrano, che ha rappresentato la 'presunta' vittima dello stupro di gruppo della Fortezza da Basso. "La sentenza della Corte d'appello di Firenze - ha poi aggiunto - ha riproposto stereotipi di genere, minimizzando cosi la violenza, e ha rivittimizzato la ricorrente, usando anche un linguaggio colpevolizzante. Purtroppo, questo non è l'unico caso in cui la non credibilità della donna si basa sulla vivisezione della sua vita personale, sessuale. Questo succede spesso nei tribunali civili e penali italiani". "Per questo mi auguro che il governo italiano accetti questa sentenza della Cedu e non ricorra in Grande Camera ma intervenga affinché ci sia una formazione obbligatoria dei professionisti della giustizia per evitare che si riproducano stereotipi sessisti nelle sentenze", ha detto ancora Carrano.











