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di Mauro Bazzucchi

Il Dubbio, 11 novembre 2024

L’immaginario malavitoso ha fatto breccia nel pubblico giovanile, creando un modello per una parte di adolescenti. Qualche giorno fa, in una scuola della periferia di Roma, una alunna dodicenne ha accoltellato un compagno di classe, rea a suo avviso di avere “fatto la spia” rispetto a un compito copiato. Si tratta di un episodio purtroppo sempre meno isolato, che al di là delle mere statistiche generali sulla criminalità e su quella giovanile, è tanto più grave se messo in rapporto a una tendenza sempre più marcata negli stili e nei modelli seguiti dagli adolescenti. È un dato incontestabile e sottolineato a dovere dagli studiosi che negli ultimi anni, nel nostro paese, si è accelerato un processo di appropriazione, da parte dei più giovani, di un bagaglio estetico e comportamentale tipico della malavita, con modalità e conseguenze diverse rispetto al passato. Per la prima volta, in Italia, le sottoculture giovanili hanno proposto in massa il mito del “piccolo gangster” o del “bad boy”, senza che questa connotazione abbia una radice sociale.

Le sottoculture giovanili italiane, in generale, sono state costantemente importate dai paesi anglosassoni e - come per tutti i modelli e gli stili adolescenziali e post-adolescenziali - hanno messo sempre al centro la ribellione sociale e generazionale. Una ribellione che si manifestava nei comportamenti e nell’estetica: si può partire sommamente in questa storia dai cosiddetti “teddy boys” e “mods” inglesi, per poi passare ai punk, dark e a tutte le sottoculture derivanti dai ghetti neri statunitensi, come l’hip-hop. Movimenti che arrivavano nel nostro paese spesso edulcorati e privati dell’aspetto più violento, che è rimasto per almeno un decennio appannaggio dell’aggregazione politica.

Non è mai mancata, di certo, una fascinazione autoctona per la nostra malavita, ma tale simpatia difficilmente ha varcato i confini del territorio in cui la presenza dei boss era avvertita in modo tangibile, e non ha mai tracimato verso il mondo giovanile. Non è mai stata, in un certo senso, mitizzata. Un ruolo importante, in questo processo, lo ha giocato la creazione di quel “nuovo immaginario” che l’ex-ministro Gennaro Sangiuliano auspicava per la narrazione culturale del nostro paese, ma che nei fatti è stato messo a punto in negativo da una serie di autori cinematografici e televisivi, dopo aver constatato il successo di alcune rappresentazioni. Un paradigma rovesciato, rispetto alla tradizione cinematografica e drammaturgica italiana: se il meccanismo della simpatia verso il “bandito” era sempre stato giustificato da un aspetto sociale di rivincita o di lotta al potere (una declinazione continua del mito di Robin Hood, che in ogni caso negli Usa ha portato alla censura per i film sui gangster ai tempi del proibizionismo, compreso il primo Scarface di Howard Hawks) che però si risolveva nella separazione netta tra bene e male, ora una serie di fattori hanno fatto della narrazione della malavita un qualcosa di estremamente suggestivo per gli adolescenti.

Le produzioni più famose degli ultimi anni, infatti, hanno messo in rilievo un fattore che prima era non prioritario, e cioè quello del denaro, dello stile di vita iperbolico, dell’ostentazione, non appartenente al cliché del vecchio malavitoso. La spettacolarizzazione della vita dei boss spietati della serie “Gomorra”, fatta di auto e vestiti di lusso, yacht, amicizie glamour nel mondo dello sport e dello spettacolo (quest’ultima circostanza confermata anche da recenti vicende di cronaca), ha fatto breccia in una parte del pubblico adolescenziale, facendo passare la suggestione che il lusso può giustificare violenza, sopraffazione e adesione agli ambienti malavitosi. Ma l’elemento più preoccupante in rapporto al successo di alcune serie, a detta degli studiosi, è l’adesione totale allo “stile” boss: l’abbigliamento (non meno orribile dell’aspetto etico, fatto di “tute gold” e di accessori kitsch ridondanti con brand in bella vista), il linguaggio sempre più asfittico e una condotta alla continua ricerca dello scontro fisico, anche violento, anche mortale, sulla base dell’etica della malavita. A questa fascinazione ha contribuito anche l’emergere prepotente, sul versante musicale, del movimento trap, col fiorire di una miriade di beniamini degli adolescenti, interpreti di storie che spesso hanno al centro modelli ispirati allo stile “bad boy”. Nelle canzoni trap, l’elemento preminente è il rapporto tra ragazzo e ragazza e l’aspetto più rilevante è l’adesione femminile a un modello di rapporto “tossico”, in cui è ampiamente sdoganata la possessività maschile, quando non la violenza. Tra i fatti di cronaca degli ultimi giorni che hanno coinvolto adolescenti, c’è da segnalare anche quello accaduto a Piacenza, dove una tredicenne è morta cadendo dal balcone in circostanze da chiarire, ma che potrebbero avere a che fare col rapporto tumultuoso e violento che intratteneva col suo fidanzato possessivo e violento secondo più di una testimonianza. Quella del rapporto tra la spettacolarizzazione del male ed emulazione, insomma, è una vexata quaestio, che non deve mai aprire la porta a forme di censura ma nemmeno chiuderla alle riflessioni.