di Vincenzo Musacchio*
Il Dubbio, 11 novembre 2020
Riforma della giustizia e sistema penitenziario. In questi giorni si discute, giustamente, di riforma della giustizia. Una buona riforma del settore, tuttavia, non può prescindere da un altrettanto buona riforma dell'ordinamento penitenziario. Affrontare questo binomio simultaneamente, sembra sia ben lontano dai programmi del Governo e della politica in generale.
Se c'è un'emergenza giustizia in Italia, non vi sono dubbi che esista anche un'emergenza legata al sistema penitenziario e alle condizioni dei detenuti nelle carceri. Il principio della rieducazione della pena - articolo 27 comma 3 della Costituzione ebbe una genesi lunga, travagliata, ma, allo stesso tempo avveniristica. Aldo Moro, fautore della teoria dell'emenda, sosteneva che la pena rieducativa non significasse solo premiare il detenuto, ma anche concedergli di ripartire da zero nella costruzione del rapporto con la società e con i suoi simili. In altre parole, offrirgli la possibilità di imparare a conoscere se stesso e l'animo umano.
La pena, dunque, nel nostro ordinamento giuridico, per quanto afflittiva possa essere, non può in alcun modo degradare l'individuo. È la costituzionalizzazione del principio di umanizzazione della pena che vieta qualsiasi conseguenza penale incompatibile con la dignità dell'essere umano. Tale principio, però, per non rimanere astratto e simbolico, ha dei costi - tenuto conto che i trattamenti inumani e degradanti cui sono sottoposti i detenuti nelle carceri italiane sono oggi ancora più elevati che in passato - per cui, occorrerebbe agire in concreto e presto, programmando nuove strategie operative e investendo risorse economiche in questo settore.
Sovraffollamento, suicidi, decessi innaturali, insufficiente tutela della salute, poca attenzione per il diritto all'affettività e alla territorialità, assenza di forme dignitose di trattamento, sono solo alcune delle questioni su cui si dovrebbe intervenire al più presto. La politica e il Governo tuttavia sembrano ancora immobili. Occorrono interventi che pur rendendo la pena certa possano renderla più umana. Nel 2019 erano oltre sessantamila i reclusi, con un tasso di sovraffollamento del 120% (nello specifico, 60.000 detenuti in meno di 47.000 posti letto).
Tra questi sessantamila detenuti più di un terzo sono stranieri, uno su tre sono persone affette da disturbi di natura psichiatrica, mentre due su tre sono tossicodipendenti o alcoldipendenti. Queste persone, hanno bisogno di trattamenti detentivi e sanitari specifici, ma le mancanze strutturali del sistema impediscono di fare quanto previsto dalla legge.
Ciò avviene nell'indifferenza di chi potrebbe almeno iniziare a progettare una riforma adeguata ai tempi. È vero che occorre più carcere a chi si macchia di delitti contro la vita e la libertà personale, ma, è altrettanto vero che l'accesso ai benefici penitenziari per reati minori non può non trovare adeguato riscontro, altrimenti il "sistema carcere" implode. Non dobbiamo mai dimenticarci che a subire un forte peggioramento non sono solo le condizioni di vita dei detenuti, ma anche quelle di chi nelle carceri ci lavora.
Al drammatico aumento del numero dei suicidi tra i reclusi, bisogna aggiungere quello delle guardie carcerarie, con casi frequenti di liti, abusi e violenze, detenuti in possesso di telefoni cellulari che consentono di avere contatti con l'esterno e quindi di poter commettere altri reati. Anche la detenzione di sostanze stupefacenti, l'ingresso di farmaci non consentiti, soprattutto psicofarmaci, utilizzati spesso come merce di scambio, sono problemi che inevitabilmente andranno alla fine affrontati. Ogni detenuto andrebbe trattato in base alla tipologia di reato commesso e alle diverse problematiche che presenta la sua condizione. Da questo assunto si dovrebbe cominciare a ragionare per arrivare ad una riforma adeguata e credibile. A questo punto ci domandiamo: perché nella riforma della giustizia non è compresa anche quella penitenziaria?










