di Enrico Franco
Corriere di Bologna, 19 novembre 2019
Uno slogan, purtroppo, è assai più efficace di un ragionamento basato su dati statistici. "Buttiamo via la chiave", riferito ai detenuti, ha un indubitabile appeal anche tra chi non è ossessionato dal tema della sicurezza.
Di fronte a crimini particolarmente odiosi o a recidivi incalliti, è umano pensare che la soluzione migliore sia estromettere una volta per tutte dalla comunità il "criminale". Cresciuti con la cultura del premio per le buone azioni e del castigo per le marachelle, siamo poi indotti a ritenere che la pena debba essere giustamente severa e che, dunque, la prigione non debba essere confortevole (come se potesse diventarlo un luogo in cui si è privati della libertà non solo di uscire, ma anche di accendere o spegnere la luce). Eppure, se neghiamo quello che un avvocato chiama il "diritto alla speranza", allora a rimetterci è prima di tutto la società.
Lo ricordava recentemente Luigi Ferrarella sul Corriere della Sera: su 55.000 misure di esecuzione di pena alternative al carcere nel 2017, solo lo 0,67% (372 casi) è stato revocato a causa della commissione di un reato. Parallelamente, sempre nel 2017, si è appurato che il 68% dei reclusi in cella torna a delinquere, mentre ricade nel "vizio" appena il 19% di chi sconta la condanna in altro modo. È pertanto una bella realtà l'avvio, nel carcere minorile di Bologna, dell'osteria "Brigata del Pratello".
Una realtà gestita con emozionata professionalità dai giovani detenuti che stanno imparando un mestiere scoprendo soprattutto come un altro futuro sia per loro possibile. Ed è una bella realtà pure la nascita di una sala cinematografica aperta a tutti dentro il penitenziario della Dozza.
Già, perché invochiamo più telecamere e più arresti, ma troppo spesso ci è indifferente quanto avviene dietro alle sbarre, quasi fosse ininfluente sul piano della nostra sicurezza. È vero il contrario.
Lo ha dimostrato l'Associazione di volontariato "Pesce di pace" di Venezia che ha dato un'opportunità di riscatto a Abdelaaziz Aamri. Lui è un cittadino marocchino che, dopo aver lavorato per anni in Spagna, è approdato in Italia per sfuggire alla crisi economica iberica. Qui non ha trovato la fortuna, bensì finte solidarietà che lo hanno coinvolto in un grave reato: non essendo un "vero" criminale, è stato subito catturato e condannato a otto anni di reclusione. Aziz non chiede comprensione, afferma di aver sbagliato e vuole espiare la colpa. Però avverte: "Una società senza perdono è una società senza convivenza".
Un messaggio potente: crediamo che l'odio sia rivolto contro gli altri, invece ce lo troviamo di fronte quando guidiamo nel traffico cittadino, quando assistiamo a un evento sportivo, al supermercato se qualcuno crede di essere stato "sorpassato" nella coda al banco dei formaggi.
La rabbia, infatti, è un'erbaccia: se prende piede in un angolo del terreno, si espande senza limiti. Perfino un giovane nuotatore down che ha salvato una bambina in mare diventa bersaglio degli haters sui social.
In un simile contesto, assume perciò una valenza metapolitica il raduno delle "sardine" la scorsa settimana a Bologna e lunedì a Modena. In migliaia sono scesi in piazza per esprimere un'unione costruttiva, una diversa visione anziché una semplice avversione.
Il detenuto musulmano Aziz ha scritto un libro con le prefazioni di un vescovo, di un imam e di un rabbino: presentandolo agli studenti di una scuola superiore durante una mattina di permesso, ha chiesto di essere solidali con Liliana Segre, l'ex bambina deportata oggi senatrice a vita, costretta a essere scortata dopo le minacce ricevute. Esempi significativi mentre ci sono degli italiani che si rifiutano di applaudire Liliana Segre e passano il tempo fotografando i cognomi stranieri sui citofoni delle case popolari.










