di Antonella Cortese*
Ristretti Orizzonti, 19 novembre 2025
Il mese di novembre si è annunciato burrascoso per le persone detenute delle carceri italiane. Ci avviciniamo a dicembre, il mese più lungo e disperante dell’anno per chi vive in detenzione pari quasi ai mesi estivi, in particolare al temuto caldo agosto. Normalmente durante le festività le associazioni, in accordo con la direzione del carcere, organizzano incontri, spettacoli, pranzi e cene anche stellate, colloqui, feste con le famiglie con l’obiettivo di stemperare la solitudine e il senso di abbandono che qualsiasi visitatore può percepire anche solo entrando in carcere per poche ore. Quest’anno ci avviciniamo alle feste natalizie con ancora più timori che qualcosa possa accadere tra chi vive nelle “camere di pernottamento” in quegli istituti penitenziari in cui sia presente l’AS, la sezione dell’Alta Sicurezza. La circolare che ha scosso le coscienze di chi conosce il carcere, delle persone che lo vivono direttamente, di coloro che lo frequentano a vario titolo (avvocati, volontari, personale interno, ministri di culto, ecc.) emanata il 21 ottobre e firmata dal direttore Ernesto Napolillo, centralizza le autorizzazioni allo svolgimento delle attività gestite da persone esterne al carcere adducendo ad una necessità di sistematizzazione e di controllo.
Precisa il sottosegretario alla Giustizia Andrea Ostellari: “L’obiettivo è di uniformare le procedure degli eventi trattamentali che coinvolgono istituti con circuiti di alta sicurezza, soprattutto per garantirne la replicabilità e promuovere la partecipazione nel pieno rispetto delle esigenze di sicurezza”. Inoltre, la circolare fa riferimento a un poco chiaro invio delle richieste al Ministero “in tempi congrui”.
La riflessione spontanea è che ci sono voluti 50 anni di durissimo lavoro per trasformare in azioni concrete la legge n. 354 promulgata il 26 luglio 1975 che con l’art. 17 disciplina la possibilità per persone esterne, come volontari di associazioni, di entrare negli istituti penitenziari per partecipare alle attività di rieducazione, previa autorizzazione del magistrato di sorveglianza su parere favorevole del direttore. L’obiettivo dell’art. 17 è di promuovere il reinserimento sociale dei detenuti e favorire i contatti tra la popolazione carceraria e la società esterna. Non certo per buonismo, ma per necessità. In altre parole, per dare concretezza alla funzione riabilitante della detenzione come da dettato costituzionale con l’art. 27. A buon senso, chi meglio del direttore di un carcere o del magistrato di sorveglianza, che conoscono la struttura in cui operano, può stabilire se sia il caso o meno di concedere permessi per le attività “trattamentali” svolte insieme a persone esterne? In questi 50 anni molti risultati sono stati ottenuti, molte le persone che hanno goduto del diritto di impiegare il tempo detentivo dandogli un senso, investendo nello studio, nello sport, nella formazione, nel teatro e in tanto altro.
Il carcere è riabilitativo? È risocializzante? Sottraendo e limitando le attività, come già sta succedendo in molti istituti, oltre a violare la Costituzione, si mira ad eliminare il senso di umanità della persona e del suo contesto di vita privandola completamente della possibilità di elaborare il proprio agito, come sovente accade grazie anche alle attività e ai laboratori realizzati con volontari esterni. E se il problema si chiama ‘sicurezza’, questa circolare la compromette seriamente fomentando un clima isolante e rabbioso in cui la sensazione di essere in un luogo in cui è stata “buttata la chiave” si trasforma in realtà. Nella maggioranza dei casi, al termine della pena, le persone escono dal carcere; se sono state solo in cattività senza alcuna attività da svolgere e nessun contatto con il mondo esterno, ne usciranno ancora più compromesse e disadattate. E allora che ce ne facciamo del prezioso art. 27 della Costituzione se lo svuotiamo di contenuto? Non è solo un problema di chi sta in galera, ma ci coinvolge tutte e tutti perché è anche di errori e orrori, riparazioni e redenzioni che è fatta la nostra vita e la comunità in cui viviamo della quale, tra l’altro, il carcere è parte integrante anche se non ci piace pensarlo.
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