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di Valentine Lomellini

Corriere della Sera, 2 agosto 2026

L’opinione pubblica ha bisogno che lo Stato sia credibile rispetto ai “traumi storici”. Un cittadino, di fronte ad un attentato terroristico, deve sentirsi tutelato. Scrivo di un mistero che non c’è più. Quarantasei anni fa, il 2 agosto 1980, alle 10.25, una bomba esplose nella sala d’aspetto della stazione di Bologna. 85 i morti, oltre 200 i feriti. Tra il 1995 e il 2025, sono stati condannati con sentenza definitiva un commando di terroristi neri come esecutori e Gelli e la loggia P2 come mandanti e depistatori. Quarantasei anni fa, la guerra sulla strage prendeva forma. Una ricerca del Centre for Security Studies dell’Università di Padova mette in luce come, a partire dall’anno seguente al tragico attentato, ogni anniversario sia stato caratterizzato da un profondo e duro momento di scontro politico.

A prescindere dal partito al governo o dal rappresentante del potere scelto per la commemorazione, ogni 2 agosto ha significato un’occasione di riflessione, di ricordo delle vittime, ma anche di decisa protesta nei confronti di un potere che è stato accusato di essere complice, di aver coperto, depistato, manipolato i dati di realtà. Di aver nascosto la verità. 

Qualche dato, a volo d’uccello. Negli anni Novanta, Giulio Andreotti lascia balenare l’idea di togliere l’aggettivo fascista dalla lapide, generando un vespaio di polemiche. A metà di quel decennio, l’allora Presidente dell’Associazione tra i familiari delle vittime, Paolo Bolognesi, denuncia l’omertà dello Stato e il Presidente della Camera, Luciano Violante, chiede che venga rivisto il segreto di Stato sulla documentazione. Nel 2000, sono 20mila le persone in strada per ricordare l’attacco. È l’anno in cui viene fischiato il Presidente del Consiglio Giuliano Amato, poi è il turno del Presidente della Camera Casini nel 2001, del ministro Buttiglione nel 2002, di quelli di Tremonti nel 2005. 

Gli anni Zero del Duemila sono anche quelli in cui Cossiga rilascia la celeberrima intervista ad Aldo Cazzullo proprio sulle pagine di questo quotidiano, aprendo alla possibilità di una pista internazionale per spiegarne le ragioni. E potremmo andare avanti così a lungo, sino a questo 2026, in cui vengono richiesti nuovi approfondimenti sui resti di un corpo mai reclamato, facendo ribalenare la pista palestinese. Siamo la Repubblica dei processi: dei processi in aula, ma anche dei controprocessi in piazza o sulle colonne dei giornali. La vera domanda che vorrei porre oggi, però, non è relativa alla responsabilità dell’attentato, sul quale abbiamo un punto fermo giudiziario e anche storiografico.

La vera domanda è: qual è stato l’effetto del contegno a volte incerto, claudicante, opaco o apertamente omissivo delle autorità pubbliche rispetto alla strage, sulla società italiana?

Studi sugli attentati avvenuti in Europa negli ultimi vent’anni ci danno una risposta. Da un’analisi comparata degli attacchi di estrema destra ad Utoya nel 2011, e quelli islamisti di Nizza del 2015 e di Barcellona del 2017, sappiamo che il deficit di credibilità dello Stato rispetto a “traumi storici” causati da eventi terroristici ha un effetto devastante. Sulla qualità della democrazia, ma soprattutto sulla percezione del suo potente valore e sulla capacità di resilienza dei cittadini. Un cittadino, di fronte ad un attentato terroristico, deve sentirsi tutelato. Non c’è fiducia, senza verità. E non c’è democrazia senza fiducia.