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di Giansandro Merli

Il Manifesto, 3 agosto 2025

L’invito a Europarlamento e Consiglio: votate la proposta che supera la sentenza della Corte di Lussemburgo. Le nuove norme entreranno comunque in vigore da giugno 2026, introdurle prima richiede comunque dei mesi. La Commissione Ue “incoraggia Parlamento e Consiglio a procedere il più rapidamente possibile” per anticipare le norme del patto europeo su immigrazione e asilo, che permetterebbero di superare i rilievi sollevati venerdì dalla Corte di giustizia di Lussemburgo sui “paesi di origine sicuri”. Lo ha detto ieri all’agenzia Agi un portavoce dell’istituzione guidata da Ursula von der Leyen, che ancora una volta corre in aiuto del governo di Giorgia Meloni. Il cui gruppo non è parte della maggioranza europea.

Lo fa al prezzo dell’ennesimo testacoda in questa vicenda. A gennaio scorso la Commissione aveva depositato una memoria scritta alla Corte di Lussemburgo, nel procedimento che l’altro giorno ha portato alla sentenza che ha dato torto all’esecutivo italiano su tutta la linea, in cui escludeva che l’attuale direttiva procedure permettesse di considerare come “di origine sicura” un paese in cui sono perseguitate intere categorie di persone. Un mese dopo, nell’udienza alla Grande chambre del 25 febbraio, ha cambiato idea sostenendo che ciò era possibile. Ieri ha affermato che lo permetteranno le norme la cui entrata in vigore è prevista per il 12 giugno 2026. Ha dunque ammesso, di nuovo, che con quelle attuali non si poteva fare. Come ha scritto la Corte nella sua decisione.

La proposta di anticipare alcuni punti del patto è stata presentata dalla Commissione il 16 aprile scorso. C’è l’applicazione delle procedure accelerate di frontiera, quelle che prevedono la detenzione e finora sono riservate ai richiedenti originari dei “paesi sicuri”, ai cittadini di Stati che a livello europeo hanno un tasso di accoglimento d’asilo inferiore al 20%. Poi la possibilità della designazione di sicurezza anche in presenza di eccezioni territoriali e per categorie di persone. Infine, l’istituzione di un primo elenco come di “paesi di origine sicuri”: Kosovo, Colombia, India, Marocco, Bangladesh, Egitto e Tunisia. Molti meno dei diciannove inseriti nella lista italiana ma con dentro quelli che interessano a Meloni per il progetto Albania (gli ultimi tre).

Il Consiglio ha discusso la proposta in tre occasioni, l’ultima il 31 luglio. In teoria, secondo il trattato sul funzionamento dell’Unione europea che all’articolo 294 disciplina la procedura legislativa ordinaria, dovrebbe prima votare il Parlamento. Nella prassi, però, le cose possono andare in maniera diversa, con un esame parallelo delle due istituzioni. In ogni caso ci sono diversi passaggi da seguire, a partire dall’adozione del mandato a negoziare da cui deriva la convocazione del trilogo. Per quanto si possa fare in fretta ci vogliono comunque dei mesi e all’entrata in vigore del patto, che al di là di quello che va ripetendo il governo Meloni potrebbe non risolvere tutti i problemi giuridici del protocollo con Tirana, ne mancano dieci. Intanto gli esponenti del governo continuano a prendersela con la sentenza della Corte Ue. Per il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi “non cambia la nostra linea, noi andiamo avanti”. Sebbene al momento l’unica ipotesi di funzionamento di Gjader è quella residuale per i migranti “irregolari” deportati dall’Italia.

Secondo il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani (Forza Italia): “Quel provvedimento non ha senso”. I toni più duri, come al solito, li usa la Lega: “La decisione della Corte di Giustizia europea conferma l’assalto delle toghe rosse ai nostri confini, sia in Italia che all’estero. Non ci arrenderemo mai, siamo pronti a dare battaglia”. I salviniani hanno annunciato una mozione di sfiducia contro von der Leyen per l’autunno, insieme al gruppo dei Patrioti.