di Niccolò Nisivoccia
Corriere della Sera, 3 settembre 2026
La misericordia può rappresentare a sua volta un elemento fondativo del senso della responsabilità, inteso come apertura a riconoscere nell’altro da noi e nella sua sofferenza un appello etico che non può non riguardarci e coinvolgerci. Carità, compassione, misericordia: sono parole che siamo abituati ad associare al lessico religioso. Ma chi lo dice che non possano contribuire a comporre anche quello politico, che non possano assurgere a categorie anche laiche e giuridiche? “Se la cultura cattolica propone il “realismo della misericordia” - osservava Ferruccio de Bortoli parlando dell’intervento del Papa al Meeting di Rimini - tutto il mondo laico dovrebbe sentire, fortissimo, il dovere civico della responsabilità”. E la stessa misericordia può rappresentare a sua volta un elemento fondativo del senso della responsabilità, inteso come apertura a riconoscere nell’altro da noi e nella sua sofferenza un appello etico che non può non riguardarci e coinvolgerci.
Certo, religione e politica attengono a piani diversi dell’esistenza: perché la religione è un territorio intimo, e contiene verità cui non per forza si debba avere accesso; mentre la politica è uno spazio pubblico e condiviso, e comporta l’esplorazione continua di territori nei quali si misura la nostra appartenenza al mondo, oltre che a noi stessi. Ma qualunque pensiero può assumere connotati politici, quando si traduca in esperienza pratica e relazionale. Non può essere forse per questo che Pasolini definiva la carità come “rapporto concreto, vivente e realistico con la storia”? E non è forse questa la dimensione di nobiltà che la compassione e la misericordia possono conferire anche alla politica, alle sue leggi?
Come premessa per poter concepire il diritto quale luogo al quale ciascuno possa sentirsi di appartenere ma senza escludere gli altri. Come un tenersi insieme, ma senza strangolarsi: ciò che il diritto dovrebbe essere, e che troppo spesso non è. Pensiamo ad esempio ai fatti di Ceuta, che la politica sta interpretando come una questione contabile da risolvere anziché come una tragedia umana da prendere in carico. Oppure pensiamo alle troppe leggi che il disagio lo criminalizzano, anziché curarlo e tutelarlo. Il diritto dovrebbe promettere la felicità, è stato scritto, o almeno consentire di immaginarla: ma non solo quella di alcuni. Quella di tutti.









