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di Andrea Fabozzi

Il Manifesto, 29 ottobre 2026

Non è solo propaganda, non è solo distrazione, quello di Meloni è anche un programma politico ben preciso che dopo quattro anni di decreti repressivi arriva a forzare il punto di attrito. È campagna elettorale? È un modo per deviare l’attenzione dai problemi reali che non può e non sa affrontare? È analfabetismo costituzionale? Il video con cui ieri Giorgia Meloni ha attaccato la magistrata che ha scarcerato Youssef Siher è tutto questo è anche di peggio. Intanto è la prova di una gigantesca incoerenza. Perché sempre ieri la maggioranza ha festeggiato l’approvazione di una legge mal vista dai giornalisti, l’obbligo per la stampa di riportare le sentenze di assoluzione e le decisioni favorevoli agli imputati dopo le notizie delle indagini. Una manciata di minuti dopo, era proprio una scarcerazione che avremmo adesso l’obbligo di raccontare con la stessa enfasi degli arresti (enorme) a scatenare il crucifige.

Ma tutto questo può passare in secondo piano, riportando tra le barzellette peggio riuscite anche la battaglia “garantista” per la separazione delle carriere dei magistrati, in nome della quale la destra ha prima imposto una riforma costituzionale e poi perso il referendum. Se lo vuole il governo, non dev’esserci separazione: la giudice deve accogliere tutte le richieste della pubblica accusa e non fare storie. È proprio qui il dramma, e Meloni ne è attrice consapevole tanto che quando ha presentato (sempre in video) l’ultimo decreto sicurezza ha “chiesto”, puntando l’indice della mano destra sulla scrivania, a “tutti”, anche ai giudici, di “stare dalla stessa parte”. La sua.

La premier non sa concepire alcuna risposta politica alle richieste delle piazze, capisce bene invece quanto sia minaccioso per i suoi progetti di permanenza e ritorno alla guida del governo (o più in alto) il protagonismo dei giovani delle ultime settimane. Se si squarcia il velo della propaganda della destra, se si rompe la rassegnata tregua sociale, se le condizioni di vita reali del Paese, sofferenze ma anche speranze tornano in primo piano, qualcosa può cominciare a cambiare.

Ecco perché per il governo tutto va velocemente ricondotto a un problema di ordine pubblico: un post configura un atto di terrorismo e la “guerra”, su Instagram, a un “presente infame” equivale a un preciso piano per la conquista di palazzo Chigi. Ottenuta la zelante, e talvolta violenta, collaborazione delle forze dell’ordine, Meloni pretende anche quella di tutti i giudici. Altro che separazione: unità di intenti tra governanti e magistrati, al di sopra di leggi e Costituzione (mentre l’ordinanza di scarcerazione di Siher si fonda su tre diverse sentenze dalla Corte costituzionale). Dunque non è solo propaganda, non è solo distrazione, quello di Meloni è anche un programma politico ben preciso che dopo quattro anni di decreti repressivi arriva a forzare il punto di attrito. E l’opposizione a questo programma non può che cominciare dai giovani che si vogliono spaventare e nelle piazze che si vogliono negare. L’opposizione parlamentare farebbe bene a esserci.