di Francesco Mandoi
L’Espresso, 23 febbraio 2025
In uno Stato di diritto “le sentenze si rispettano” e, se non convincono, “si appellano”. La sentenza nei confronti del sottosegretario Andrea Delmastro, condannato a 8 mesi per rivelazione di segreto d’ufficio, ha rinfocolato lo scontro fra politica e magistratura. La decisione del Tribunale di Roma è arrivata ieri - 20 febbraio -, a una settimana dallo sciopero dei magistrati contro la riforma che prevede, tra l’altro, la separazione delle carriere dei magistrati fra giudicanti e pubblici ministeri. Il governo Meloni giustifica la riforma con il presunto “appiattimento” delle decisioni dei giudici sulle richieste dei pm. Eppure, la sentenza Delmastro dimostra l’esatto contrario: per ben due volte i giudici requirenti hanno richiesto l’assoluzione dell’imputato.
Nella narrazione della maggioranza, che trova in quanto accaduto ieri lo stimolo a proseguire sul terreno delle riforme contestate dai magistrati, la critica non è rivolta contro i pubblici ministeri. Solitamente sono i giudici requirenti a essere accusati di volere, contro ogni evidenza, la condanna degli imputati. Nel caso di Delmastro, il centrodestra si scaglia contro i magistrati giudicanti, tacciati di emettere sentenze politiche favorevoli alla “sinistra”.
Le motivazioni della sentenza si conosceranno nel dettaglio e nei termini previsti, ma sono doverose alcune considerazioni. Primo, le richieste di archiviazione (prima) e di assoluzione (dopo) dei pubblici ministeri, peraltro rappresentati ai massimi livelli da quella Procura di Roma, diretta da Lo Voi - con la quale è in atto un pesante scontro politico - erano basate sulla mancanza dell’elemento psicologico del reato. Secondo, il fatto storico della divulgazione di informazioni riservate riguardanti detenuti ristretti al 41 bis era ed è pacifico. Terzo, le motivazioni della sentenza dovranno spiegare le ragioni per le quali, viceversa, quell’elemento essenziale per la condanna è stato ritenuto sussistente. Prima di ogni ragionamento, tuttavia, dovrebbe valere per tutti una cosa: in uno Stato di diritto “le sentenze si rispettano” e, se non convincono, “si appellano”. La critica alla sentenza basata sul fatto che i giudici che l’hanno emessa sarebbero “di sinistra” è pericolosissima, poiché apre varchi preoccupanti. Dovremmo accorgerci che, così ragionando, lo scontro politico travolge i capisaldi della Costituzione. Da adesso in poi, il sospetto sulla figura del giudice (si badi bene, del giudice e non del pubblico ministero) sarà una motivazione che potrebbe invocare qualsiasi condannato, anche per omicidio o per mafia. Lo Stato di diritto ne sarebbe travolto. È questo che vogliamo?











