di Liana Milella
La Repubblica, 19 marzo 2021
La sentenza scritta da Giovanni Amoroso era attesa anche dalla Guardasigilli per affrontare il problema delle 5mila toghe che da anni invocano gli stessi diritti degli ordinari.
Niente da fare. Questa volta, dalla Corte costituzionale, non arriva l'atout che i giudici onorari si aspettavano per superare lo stato di precarietà che affligge un mondo di oltre 5mila anime. Figure indiscutibilmente fondamentali per la giustizia certo - tant'è che proprio su di loro si appoggiano le previsioni del Recovery plan per recuperare lo spaventoso arretrato civile e penale - ma non abbastanza da raggiungere il loro "goal", la stabilizzazione come categoria, lo stop a quei pagamenti a sentenza che umiliano la loro professionalità e riducono a una sorta di cottimo il loro lavoro. Ma le oltre venti pagine scritte dal giudice costituzionale Giovanni Amoroso, che peraltro riguardano la figura del giudice ausiliario impiegato nelle corti di appello, non solo non contengono, ne forse potevano visto il perimetro della decisione, parole in sintonia con l'idea di una possibile parificazione economica tra giudice ordinario e giudice onorario, ma rimarcano all'opposto la netta distinzione tra i due ruoli. Quello del magistrato ordinario che ha sostenuto un concorso per diventarlo. E quello del giudice onorario che svolge sì il lavoro di giudice, ma non ha fatto il concorso, e spesso ha anche un altro lavoro.
Non solo. C'è un altro aspetto che, come vedremo "entrando" nella sentenza, lascia l'amaro in bocca ai giudici onorari e li preoccupa fortemente in vista delle decisioni che la stessa Marta Cartabia dovrà prendere sulla loro categoria e che, prima di farlo, attendeva, come ha dichiarato alla Camera, proprio l'esito di questa sentenza. Perché la Consulta, in ragione della crisi della giustizia, pur accogliendo il ricorso della Cassazione sull'uso dei giudici ausiliari utilizzati nei collegi di corte d'appello, e stabilendo che, nel rispetto dell'articolo 106 della Costituzione, essi vanno utilizzati singolarmente, tuttavia rinvia al 2025 l'effetto pratico e concreto della sua stessa decisione. Dai giudici onorari, che soffrono del loro stato di precarietà, soprattutto dopo la riforma dell'ex Guardasigilli Andrea Orlando del 2016, questa decisione viene letta come una sorta di "condanna" a vivere altri quattro anni di incertezza e, appunto, di lavoro precario.
Ma cosa arriva, con la sentenza che porta il numero 41, dalla Consulta? Come scrive la stessa Corte nel comunicato stampa che l'annuncia, "i giudici hanno affermato che l'articolo 106 della Costituzione, secondo cui è possibile la nomina di magistrati onorari per tutte le funzioni attribuite a giudici singoli, permette solo eccezionalmente e temporaneamente che, in via di supplenza, essi possano svolgere funzioni collegiali di primo grado".
Quindi, nei soli tribunali e non nelle corti d'appello o di Cassazione. Di conseguenza, "l'istituzione dei giudici onorari ausiliari, destinati, in base alla legge del 2013, a svolgere stabilmente e soltanto funzioni collegiali presso le corti d'appello, nelle controversie civili, deve ritenersi in aperto contrasto con l'articolo 106 della Carta". A questo si aggiunge la moratoria fino al 31 ottobre 2025 per consentire "alle Corti di ridurre l'arretrato e finché non si perverrà a una riforma complessiva della magistratura onoraria nel rispetto dei principi costituzionali". Ma è proprio la "temporanea tollerabilità costituzionale" che angoscia le toghe onorarie che hanno vissuto e vivono una vita di lavoro all'insegna della "precarietà" e oggi invece, dalla Cartabia, si aspettano di ottenere un'effettiva stabilità.
Per questo, a sentenza pubblicata, Olga Rossella Barone, la presidente del Coordinamento magistratura giustizia di pace, che appena una settimana fa aveva anche scritto una lettera alla ministra Cartabia dai toni accorati, adesso dice: "La Consulta perde ancora una volta l'occasione di fare chiarezza, e soprattutto di operare una linea di demarcazione chiara e netta, tra l'attuale magistratura in regime transitorio, nei cui confronti lo Stato ha sbagliato, e i futuri magistrati onorari che rientrano nell'inquadramento normativo disposto dalla riforma Orlando, proprio al fine di evitare il reiterarsi di nuove sacche di precariato".
Rossella Barone parla di "una classica soluzione all'italiana", di "una sentenza pilatesca che mentre afferma l'illegittimo utilizzo dei magistrati ausiliari nelle corti d'appello, sostanzialmente salva i tribunali e le stesse corti d'appello consentendo, quasi questo fosse costituzionalmente legittimo, di utilizzare in maniera precaria e senza alcuna tutela giuslavoristica, questi magistrati in virtù del grave pregiudizio che ne avrebbe, soprattutto nella situazione attuale, l'amministrazione della giustizia".
Se la Corte, in base all'articolo 106 della Costituzione - "La legge sull'ordinamento giudiziario può ammettere la nomina, anche elettiva, di magistrati onorari per tutte le funzioni attribuite a giudici singoli" - conferma che, appunto, la Carta prevede il ruolo della magistratura onoraria senza limiti di tempo, allora una giudice di pace come la Barone, che lavora a Napoli da oltre 25 anni senza prospettiva di pensione, senza ferie pagate, senza assistenza sanitaria, si aspetta che l'ex presidente della Consulta Cartabia faccia un passo in avanti e "inquadri fino all'età pensionabile, con la loro dignità, i magistrati che hanno lavorato fino ad oggi". Toghe che invece - ed è questo l'oggetto dello scontro - secondo la legge Orlando, che entrerà stabilmente in vigore nel 2025, dovrebbero ridurre il loro lavoro a due udienze a settimana, e dopo quattro anni anche andare a casa. Mentre prospettive differenti si aprirebbero per chi si affaccia da quell'anno in poi in questo stesso lavoro.
Se una giudice di pace si esprime in questo modo, anche dal fronte dei Got, i giudici onorari di tribunale, la reazione non è diversa. Basta sentire le parole di Sandra Leo, giudice onoraria a Milano che aderisce all'Assogot e che dice: "Ho letto la sentenza ed esprimo la mia preoccupazione come avvocata e come cittadina, non come magistrato onorario. Purtroppo vedo che la realpolitik conquista la Consulta e ispira quella che potremmo chiamare una sorta di sanatoria di sentenze illegittime, passate, presenti e future. Quel riferimento al bilanciamento mi pare improprio perché accentua un relativismo giuridico che ritengo sia tra i mali del Paese, nonché tra le cause principali dello stato disastroso in cui versa la nostra giustizia".
E nel merito Sandra Leo aggiunge: "Dire che migliaia di sentenze sono state e saranno emesse almeno per i prossimi 4 anni e mezzo da giudici che palesemente non hanno alcuna legittimazione costituzionale, ma che in questo momento fanno comodo allo Stato, che altrimenti dovrebbe riorganizzarsi e pagare indennizzi sulla base della legge Pinto, mi pare non sia un bel vedere".
È un mondo in allarme quello delle toghe onorarie, soprattutto perché Marta Cartabia ha detto anche alla Camera, e certo ripeterà al Senato, che attendeva proprio questa sentenza della Consulta per muovere i suoi passi sulla magistratura onoraria.
Sulla quale, a palazzo Madama, pende una riforma che l'ex Guardasigilli Alfonso Bonafede, su richiesta del Pd, sarebbe stato disposto a trasformare in un decreto legge, mentre Cartabia è contraria. Progetto di legge che il Pd, con la relatrice Valeria Valente e con il capogruppo in commissione Giustizia Franco Mirabelli, considera un passo avanti accettabile. Mentre le toghe onorarie lo bocciano senza appello.
Per le ragioni che stanno nella lettera che Olga Rossella Barone, protagonista con tante altre colleghe prima di Natale di scioperi della fame e flash mob davanti ai tribunali peraltro del tutto inascoltati dalla politica, ha inviato a Cartabia già il 25 febbraio: "Io sono una giudice di pace, una lavoratrice per l'Europa che da vent'anni pronuncia sentenze In nome del popolo italiano, ma al contempo un fantasma. Le chiedo solidarietà, le chiedo di intervenire concretamente con una decretazione d'urgenza che nel rispetto dei principi costituzionali e della raccomandazione del 17 novembre 2010 del Comitato dei ministri del Consiglio d'Europa, inquadri economicamente e normativamente la mia categoria nei cui confronti lo Stato, rappresentato dai governi che l'hanno preceduta, come afferma anche l'Europa, stella polare di questo esecutivo, ha sbagliato".











